Cina e USA: guerra commerciale o cooperazione competitiva?

di Emanuele Errichiello - 19 Dicembre 2018

    from London, United Kingdom   

   DOI: 10.48256/TDM2012_00018

Con il termine della guerra fredda ed il declino dell’Unione Sovietica il blocco atlantico, ed in particolar modo gli Stati Uniti d’America, ha vissuto per circa un quindicennio con l’illusione di aver sconfitto definitivamente il nemico dell’est e di essere l’unico attore dominante a livello internazionale. Ciononostante, quella che, citando Fukuyama, sembrava una ‘fine della storia’, si è dimostrata essere tutt’altro.

Tale affermazione deve essere ricondotta alla crisi finanziaria del 2008 quando; con un occidente allo sbando sotto il punto di vista economico, nuovi attori sono scesi in campo imponendosi nello scacchiere internazionale. Uno su tutti: la Cina. L’impressionante espansione economica di quest’ultima e la crisi del mondo occidentale hanno permesso l’inizio di quello che è da molti accademici definito un nuovo bipolarismo.

Sebbene tale riposizionamento del potere dominante possa sembrare un ritorno ad un assetto da guerra fredda, la situazione attuale è ben più complessa di quella che ha caratterizzato; dalla guerra del Peloponneso alla guerra fredda stessa; tutti gli scontri tra due superpotenze. Invero, non era mai accaduto che due superpotenze fossero così profondamente interdipendenti in termini economici.

L’interdipendenza tra i due stati

Pechino è arrivata a detenere circa 1300 miliardi di dollari di debito USA – l’8% del totale – garantendo de facto circa 3 milioni di posti di lavoro negli States. Tale manovra di acquisto di titoli di Stato statunitensi è considerata necessaria per mantenere competitivo lo yuan; e i fatti di ottobre 2016 – il periodo delle massicce vendite di titoli USA ndr – lo hanno dimostrato. Inoltre, essa favorisce il potere negoziale di Washington, in quanto il valore degli assets cinesi dovrebbe dipendere; a detta dell’amministrazione Trump; dalle azioni del governo statunitense. Vero o falsa che sia, all’ultima affermazione non vi è alcuna alternativa: in termini di rapporto sicurezza/rendimento non esistono altre opzioni se non le Treasuries.

Come se non bastasse, gli USA hanno un’influenza sull’export cinese del circa 25%; l’ammontare degli scambi commerciali tra le due superpotenze è di oltre 550 miliardi di dollari all’anno. Senza gli Stati Uniti, la Cina non potrebbe trovare nessun acquirente dello stesso livello.
Allo stesso tempo, per gli Stati Uniti, non esiste alcun supplier paragonabile alla Cina.

Dando uno sguardo ai dati proposti, è dunque ovvio come i due stati siano parte della stessa spirale economica che non lascia spazio ad evoluzioni alternative a quella che stiamo vivendo. Il beneficio dell’interdipendenza è reciproco, e questo è chiaro ad entrambe le potenze.

Prospettive future?

Quella che era esclusivamente un’anomala interdipendenza, si è oggi trasformata in una cooperazione iper-competitiva, specialmente sotto l’amministrazione Trump. Il presidente americano sa di aver bisogno della Cina per conferire sicurezza ai mercati, evitare una crisi diplomatica distruttiva, oltre che una crisi economica interna. Ma sa anche che deve saper giocare la carta della coercive action per garantire una massimizzazione dei deals commerciali.

Tale situazione, come Feldman ricorda, non è nuova e non deve spaventare, in quanto conduce – e sembrerebbe farlo già – ad un mantenimento dello status quo. Più precisamente, vi è un legame che intercorre in modo necessario tra cooperazione competitiva e pace che conferma in modo empirico la tesi dello status quo.
Suddetto legame è esemplificato nel miglior modo, secondo gli internazionalisti liberali, dall’Unione Europea, luogo in cui gli Stati membri – rivali storici e non – si trovano a collaborare economicamente, incrementando reciprocamente i legami.

La profonda interdipendenza economica tra i due Paesi, oltre che la funzione delle istituzioni internazionali nel vigilare sulla condotta di questi ultimi, avranno quindi un ruolo fondamentale per evitare, o quantomeno arginare, eventuali conflitti. Ciononostante, l’evidenza sembrerebbe condurci verso una lunga Pax Augusti tra i due Stati. Sebbene scenari di ‘guerra’ non sono mai escludibili, una “grandiosa sintesi” risulta pressoché impossibile con due realtà che, sebbene diverse, sono così legate tra loro.

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Autore dell’articolo*: Emanuele Errichiello, addetto agli affari europei del Think Tank Trinità dei Monti, nonchè studente in Politics and International Relations alla University of Kent.

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