Turchia: la posizione diplomatica di Ankara

di Sam Andrea Williams - 19 Dicembre 2018

   from Istanbul, Turkey

   DOI: 10.48256/TDM2012_00017

TURCHIA: LA POSIZIONE DIPLOMATICA DI ANKARA

La risposta della Turchia alle sanzioni iraniane e al caso Khashoggi

Washington impone sanzioni all’Iran

“Il 5 novembre, imporremo dure sanzioni sul regime iraniano. Il nostro scopo è quello di costringere l’Iran ad abbandonare le sue attività distruttive. Le sanzioni saranno mirate contro il regime”. Con un tweet, Mark Pompeo annunciò ufficialmente l’imposizione di sanzioni unilaterali contro l’Iran da parte degli USA.

Le sanzioni furono precedentemente alleggerite dopo la firma nel 2015 della Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), comunemente conosciuta come l’accordo sul nucleare iraniano (Mousavian, 2008). La decisione era già stata annunciata il 6 agosto 2018 dal presidente USA Donald Trump, che aggiunse che agli alleati degli USA non sarà permesso di commerciare con l’Iran (Le Blond, Dehghan, 2018). Ciò ha portato a molte incertezze fra diversi paesi alleati. Fra gli alleati degli USA che si sono opposti alle sanzioni, la UE è quella più forte e più dura (Tertrais, 2018), e la Turchia – un importante Paese alleato Nato – è probabilmente il Paese più colpito dalle sanzioni.

La risposta di Ankara alle sanzioni sull’Iran

Le risorse petrolifere dell’Iran sono fra le più estese e le più a basso prezzo al mondo (Meredith, 2018). Infatti è in grado di esportare 3 milioni di barili al giorno. Attualmente però, a causa delle sanzioni, esporta solo 1 milione di barili al giorno (Observatory for Economic Complexity, 2018). La Turchia compra quasi la metà del suo fabbisogno dall’Iran (nel 2017, il 44% con un volume d’affari di circa $10,7 miliardi) (Ibid.). In più, quasi il 40% della produzione elettrica della Turchia deriva dal gas (Ministero di Energia e risorse naturali della Repubblica della Turchia, 2018).

Inoltre la Turchia non può nemmeno permettersi di acquistare petrolio da altri venditori, dal momento che il suo secondo fornitore in ordine di grandezza è proprio la Russia (Observatory for Economic Complexity, 2018), altro Paese sul quale pesano delle sanzioni da parte degli Usa.

Risoluzione di simili problemi nel passato

La Turchia non può dipendere ulteriormente sulla Russia, dal momento che non fa parte della Nato, e Ankara è sempre stata l’alleato più grande degli USA nel Medio oriente. Addizionalmente, la Turchia è il terzo più grande compratore di prodotti iraniani “non-oil” (Ibid.).

In passato, durante le sanzioni degli USA, quando la Turchia comprava petrolio dall’Iran, gli USA lo consentirono ufficiosamente, col premesso che la Turchia non passasse attraverso sistema bancario americano. Il motivo deriva dal fatto che nel momento in cui gli USA sanzionano un paese, lo escludono dal proprio sistema bancario, attraverso il quale avvengono tutte le transazioni mondiali. In ogni caso, l’Iran non ha interesse nell’essere pagato in Lire Turche, perché lo squilibrio commerciale tra la Turchia e l’Iran (attualmente in favore dell’Iran) porterebbe a una situazione in cui l’Iran si troverebbe con un surplus di Lire Turche. Di conseguenza, la Turchia esportava e esporta oro all’Iran attraverso il Qatar.

Le relazioni tra Ankara e Washington

Tuttavia, le industrie e le banche turche non possono permettersi di non rispettare le sanzioni degli USA (Daragahi, 2018). Il governo turco sta provando a sminuire il potenziale disastro in diverse maniere. Per esempio, Ankara sta cercando di estendere le scadenze dei prestiti per guadagnare tempo, o rendere più facile il riconfezionamento del debito (Stratdor, 2018). In ogni caso, queste misure probabilmente non basteranno per rassicurare le banche turche, visto che intorno al 50% dei loro depositi sono in dollari.

Contemporaneamente, il governo turco sembra lavorare anche in un’altra direzione. L’agosto scorso, il Ministro dell’Energia e delle Risorse Naturali Fatih Dönmez ha dichiarato che il commercio tra la Turchia e l’Iran continuerà come precedentemente deciso in un trattato bilaterale di lungo termine tra la Turchia e l’Iran, che si prevede finire nel 2026 (Intervista di Fatih Dönmez, A Haber, 2018).

Relazioni tra Iran e Turchia

Dopo le sanzioni iraniane, durante un incontro bilaterale tra Erdogan e Rouhani, il leader iraniano ha sottolineato la necessità di usare valute nazionali per transazioni commerciali bilaterali. Rouhani ha anche anticipato una revisione del trattato commerciale preferenziale tra la Turchia e l’Iran, che è attualmente a favore dell’Iran (Observatory for Economic Complexity, 2018). Come risultato, le esportazioni verso l’Iran sono in leggera crescita e attualmente sono intorno al 0.5% del PIL.

Tuttavia, tutto ha un prezzo. Erdogan ha condannato la posizione “inaccettabile e instabile” degli USA nei riguardi di altri paesi, e ha sottolineato il bisogno di aumentare il commercio con l’Iran per sfidare le sanzioni imposte dagli USA (Press TV, 2018). Come conseguenza, le relazioni tra gli USA e la Turchia sono peggiorate. Tuttavia, secondo Reuters “c’è una luce alla fine del tunnel” per la Turchia. Infatti, è possibile che la tattica di Trump di sanzionare l’Iran fallisca, e risulti più danneggiosa per gli USA stessi che per la Turchia o tantomeno la UE. Il Ministro francese Bruno Le Maire ha recentemente detto che “l’effetto di questa crisi con l’Iran sarà che l‘Europa creerà le proprie istituzioni finanziarie, così che possiamo commerciare con chiunque vogliamo” (Sheahan, Escrtitt, 2018).

UE, Turchia e Iran bilanciano gli Stati Uniti

In effetti, le sanzioni sull’Iran potrebbero rappresentare il momento giusto per l’UE di uscire dal sistema SWIFT, quindi ridurre l’influenza americana. In questo caso, l’Euro potrebbe diventare più importante del dollaro nell’arena economica internazionale, incrementando quindi il potere dell’Unione Europea, perché altri paesi potrebbero usare l’Euro per trattare con paesi terzi (come l’Iran) invece di dover utilizzare il dollaro. Inoltre, la convergenza tra la Turchia e l’UE apre ancora un’altra possibilità per la Turchia di migliorare le relazioni con la UE, avvicinandosi a un sempre più possibile ingresso della Turchia nella UE.

Alla lunga, il ritiro degli USA dalla scena politica internazionale porterebbe portare da un sistema centrato sugli USA, a una situazione multipolare, in cui la UE avrebbe più potenziale di crescere nell’area di influenza internazionale, quindi avvicinandosi a paesi all’est come la Turchia, l’Iran e l’Iraq. In ogni caso, nonostante queste calcolazione attualmente plausibili, la Turchia sembra soffrire dalla posizione di Washington nel breve termine, perché rende più difficile commerciare con l’Iran e pone la Turchia in una posizione difficile rispetto agli alleati NATO.

La sparizione di Khashoggi

Tutto questo coincide con il periodo in cui è avvenuto il caso Khashoggi, il giornalista critico del regime saudita scomparso dopo essere visto entrare nel Consolato Generale dell’Arabia Saudita a Istanbul, in Turchia. Ankara sostiene che sia un atto compiuto da Riyadh, e che il governo turco sia in possesso di prove che testimonierebbero l’assassinio del giornalista nel Consolato. Per quanto i turchi accusino il governo saudita, il governo turco sta usando questo avvenimento a proprio vantaggio per avvicinarsi agli alleati NATO, e vincere un punto nella partita contro l’Arabia Saudita, che è il competitore numero uno dell’Iran per esportazioni di petrolio (Hassantash, 2018).

Addizionalmente, l’Arabia Saudita è l’unico paese nella regione a contendersi la leadership sunnita con la Turchia (Al-Rashed, 2018), che sembra essere in vantaggio, visto che è considerata un modello da un punto di vista democratico, religioso e sociale (Ataman, 2018: 230-232). In ogni caso, Riyadh ha rapporti ancora molto stretti con gli USA, vista l’enorme somma di denaro passata agli USA il giorno dell’arrivo di Pompeo a Riyadh per investigare nel caso Khashoggi (Perper, 2018 and Hubbard, 2018), la Turchia deve senza dubbio trovare una maniera per tornare a essere l’alleato principale degli USA nella regione.

Brunson viene liberato 

Non a caso, pochi giorni dopo il presunto assassinio di Khashoggi, la Turchia ha liberato il pastore americano Andrew Brunson, imprigionato con accuse di terrorismo e di avere responsabilità nel colpo di stato fallito con il movimento di Gulen (United States Department of State, Bureau of Democracy, Human Rights and Labor, 2017). Di fatti, dopo il colpo di stato fallito, la Turchia ha arrestato vari cittadini americani (Ibid.). La reazione del governo USA fu forte. Washington impose sanzioni su alluminio e acciaio, e trattennero i 100 F-35 jet venduti alla Turchia (DeYoung, Lynch and Paletta, 2018). Erdogan insistette su un “cambio di ostaggi” tra Gulen e Brunson.

Tuttavia, in Agosto gli USA hanno raddoppiato le sanzioni contro la Turchia, che nello stesso periodo è caduta in una delle crisi più grandi nella sua storia (Ibid.). Verrebbe spontaneo di insinuare che il rilascio di Brunson ambisca a supplicare gli USA a togliere le sanzioni alla Turchia, ma le esportazioni di alluminio e acciaio non sono mai state molto rilevanti nella relazione fra i due paesi. La Turchia ha problemi più importanti da sbrigare con gli USA.

Possibili nuove relazioni tra Turchia e Stati Uniti

Ankara e Washington hanno dei disaccordi, il più noto dei quali l’appoggio degli USA al PKK nella Guerra in Syria (Perry and Coskun, 2018). La Turchia vede come una situazione di vita o di morte quella di spingere gli USA a non appoggiare il gruppo curdo, e trattarlo come un gruppo terroristico. Conseguentemente, rilasciando Brunson la Turchia ambisce a ad avere un rapporto più positivo con gli USA, anche se il solo atto di rilasciare un cittadino americano non può matematicamente portare al cambio della tattica americana nella guerra in Syria.

La deduzione finale è che le sanzioni unilaterali sull’Iran, il caso Khashoggi, le relazioni sempre più complicate con gli USA, la crisi economica e la rivalità con l’Arabia Saudita stiano portando Ankara a riconsiderare le proprie relazioni con i propri alleati NATO, e in particolar modo con gli USA. Questo è perché Ankara ha un serio bisogno di aiuto nella Guerra in Siria (dove la Russia e l’Iran sembrano aver preso vantaggio), e non può permettersi di essere spinta da Washington a smettere di commerciare con l’Iran. Tuttavia, azioni apparentemente “anti-USA” possono essere spiegate dal fatto che, nei confronti delle sanzioni sull’Iran, aiutano il governo turco ad avvicinarsi ai paesi del medio oriente e all’Unione Europea.

 

Bibliografia.

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Autore dell’articolo*: Sam Andrea Williams, studente in ‘International Relations’ alla University of Kent, nonché visiting student presso la Bogazici Universitesi, Istanbul.

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