Utopia Sostenibile

di Roberta Croce - 23 Aprile 2019

Roma, Italia

Utopia sostenibile: rimarrà un non-luogo?

Sviluppo sostenibile

Per sviluppo sostenibile si intende lo sviluppo economico e sociale compatibile con l’equità sociale, la tutela ambientale e i diritti delle future generazioni. Per la prima volta se ne parlò nel 1987 nel rapporto Our Common Future, conosciuto anche come Rapporto Brundtland, dal nome del presidente della commissione Gro Harlem Brundtland. Il concetto di sviluppo sostenibile era allora volto alla ricerca di strategie per promuovere il progresso economico e sociale in maniera da evitare la degradazione ambientale, il sovra-sfruttamento e l’inquinamento (Rapporto Brundtland 1987).

 

Enrico Giovannini ha fondato nel 2016 l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). L’ASviS ha come missione far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni politiche e civili la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Inoltre, punta a sollecitare tutti i soggetti interessati ad azioni concrete finalizzate al perseguimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Giovannini ha pubblicato un saggio nel febbraio 2018 “L’utopia sostenibile” (Editori Laterza), nel quale espone le criticità e l’insostenibilità del modello di produzione attuale di stampo capitalistico e basato su una progressiva crescita. Egli è stato gentilmente ospite del Think Tank Trinità dei Monti lo scorso 18 febbraio, nel quale ha discusso temi che vanno oltre al suo saggio.

 

Crescita infinita con risorse finite

Il concetto principale è che il sistema di sviluppo tradizionale attuale si basa sulla prospettiva futura di infinita crescita economica. Il Pil crescente di anno in anno, anche se il sistema si fonda sull’utilizzo di risorse disponibili che sono finite. Non solo i carburanti fossili finiranno, ma anche le risorse che il Pianeta ha in quantità maggiori, come le terre coltivabili e l’acqua dolce. Questo sistema è evidentemente insostenibile, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche dal punto di vista sociale ed economico. Evidenti sono i fenomeni atmosferici estremamente destabilizzanti come temperature anormali, condizioni metereologiche impreviste che danno luogo a migrazioni di massa e aumento le diseguaglianze tra popoli. L’instabilità del clima porta alla non-linearità e quindi allo scatenarsi di eventi estremi.

 

Un concetto importante è stato ricordato da Ezio Tarantelli, economista ucciso dalle Brigate Rosse: il cambiamento climatico ucciderà gli uomini, tuttavia il Pianeta sopravviverà anche senza di noi (Tarantelli 1988). La conferenza dell’ONU di Stoccolma del 1972 sull’Ambiente umano sottolineò la necessità di una migliore gestione delle risorse naturali e un’attenzione maggiore alla responsabilità condivisa. Il rapporto del Club di Roma, Limits to Growth del 1972, lanciò un dibattito sul collasso socioeconomico del modello di sviluppo moderno. Le proiezioni sul futuro del rapporto, fino ad oggi si sono avverate: la popolazione mondiale e l’inquinamento sono aumentati in maniera esponenziale e le risorse naturali sono diminuite (Giovannini 2018). Il rapporto stima – ha raccontato Giovannini durante la conferenza – che nel 2030 il mondo sarà abitato da 8 miliardi di persone e solo nel 2100 la popolazione sarà ridotta a 6 miliardi. La stima è dunque il collasso degli uomini.

 

Uguaglianza intergenerazionale

Lo sviluppo sostenibile deve assicurare il soddisfacimento delle necessità della generazione presente senza compromettere quello delle generazioni future. Questa è, secondo Giovannini, la giustizia intergenerazionale e per attuarla serve concretizzare quattro pilastri: sociale, economico, istituzionale ed ambientale. Lo sviluppo sostenibile non riguarda, quindi, solo la protezione dell’ambiente. Piuttosto, una strategia secondo la quale devono essere modificati i modelli di produzione industriale e protezione sociale. Perché se si continua procedendo con il sistema di sviluppo tradizionale, ci si scontrerà inevitabilmente con i limiti di risorse e di sopportabilità naturale del nostro pianeta.

 

I quattro pilastri

La prima insostenibilità con cui ci scontreremo, secondo Giovannini, è quella sociale. Un esempio è dato da uno dei problemi più discusso della nostra epoca: le migrazioni. Secondo la Caritas Italiana, dal 2008 al 2017 circa 25,2 milioni di persone hanno dovuto abbandonare la loro dimora a causa di disastri ambientali (Caritas Italiana 2017) e, inoltre, questa causa ha triplicato le possibilità di essere sfollati dal luogo di origine negli ultimi 40 anni. Per cui, stiamo già vivendo gli effetti del cambiamento climatico. Per Giovannini, l’insostenibilità sociale sarà il presupposto che comprometterà la sostenibilità economica dell’attuale sistema.

Il pilastro economico dovrà essere in grado di rimodellare le sue regole di funzionamento. Una critica sollevata da Giovannini riguarda il mondo del lavoro. Per anni è stato pensato che la tecnologia avrebbe potuto salvare tutto, e non è detto che non ci riuscirà anche in questa epoca. Ad esempio, in un mondo globalizzato, non c’è la certezza che i vecchi posti di lavoro eliminati dalle nuove tecnologie saranno sostituiti da quelli nuovi. Qui entrano in gioco le istituzioni, nazionali e  locali, che visto il cambiamento radicale al quale stiamo assistendo, sembrano essere in crisi (Giovannini 2018).

È chiaro che non si possono vincere campagne elettorali descrivendo scenari futuri catastrofici. Tuttavia, non si possono neanche fare promesse basate sul vecchio modello – andare in deficit per far avere più risorse a imprese e persone (Giovannini 2018) – non seguite da un duraturo miglioramento. Si genera, quindi, un senso generale, di sfiducia verso politica e istituzioni.

 

Il Pil

Il modello tradizionale, come accennato prima, è basato su una crescita continua che viene misurata dal PIL di un paese. Usare il PIL come misura di benessere è stato, secondo Giovannini, un errore, in quanto non tiene in considerazione le conseguenze ambientali e sociali che derivano dalla sua crescita, come ad esempio l’inuguaglianza a livello nazionale che internazionale. Questo errore è stato fatto perché lo sviluppo sostenibile è più difficile da misurare in termini statistici, mentre il Pil è una misura numerica facile ed efficace.

A metà degli anni 2000, il progetto dell’UNECE* era volto alla ricerca di una misura che superasse il Pil: uno schema concettuale basato su quattro forme di capitale (sociale, economico, naturale e umano) il cui impoverimento rende il sistema insostenibile. Questo sistema è consolidato in ambito internazionale, specialmente in quello accademico, però mancano ancora degli indicatori esatti, per il momento vengono ancora usate approssimazioni. Una misura di questo genere è, nonostante tutto, necessaria se si vuole raggiungere un benessere sostenibile, senza il sovrasfruttamento delle risorse, non solo naturali, ma anche umane. Soprattutto deve raccogliere ampi consensi dagli stakeholder internazionali (Speroni 2014).

 

Chi può portare avanti il cambiamento

Diventa fondamentale cambiare visione radicalmente: la politica da sola non può essere in grado di modificare la direzione nella quale ci stiamo dirigendo. La globalizzazione ha cambiato le relazioni internazionali odierne che non sono più solo gestite dai singoli stati, ma da una rete di interdipendenza tra imprese, aziende, multinazionali, mercati finanziari e organismi internazionali. Siamo, quindi, tutti chiamati a porci delle domande per trovare soluzioni a lungo termine. Secondo Giovannini, come si è mutato il contesto in cui viviamo, anche le strategie di business e di consumo individuale e collettivo devono essere riformate.

 

Un quadro pratico da seguire è stato promosso dall’ONU ed è l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, che contiene obiettivi precisi e concreti che gli attori di politica e economia, nazionali ed internazionali, sono chiamati a seguire. Corredata di 17 obiettivi, tra i quali: porre fine alla fame e alla povertà, garantire istruzione a tutti, servizi igienici, misure urgenti contro i cambiamenti climatici, ridurre le disuguaglianze, in particolare tra uomini e donne. È ovvio che obiettivi di questo peso non sono realizzabili dall’oggi al domani e neanche con l’impegno di un piccolo gruppo di persone. Necessaria è la mobilitazione di tutti, perché l’impatto che l’uomo ha avuto sul pianeta a causa dell’emissione dei gas serra sta già avendo conseguenze negative e trova consenso nel mondo scientifico (Oreskes 2005).

 

Il trilemma

Il trilemma posto da Giovannini durante la conferenza riguarda quale percorso intraprendere a questo punto della nostra epoca. La prima scelta è una visione distopica: il futuro sarà un caos incerto, nel quale i miliardari del mondo si costruiscono bunker sotterranei in Nuova Zelanda per fuggire da una potenziale apocalisse. La seconda scelta è retropica: un’utopia di tornare indietro per evitare di andare avanti. Questa visione, però, implica la rinuncia al sistema attuale di sviluppo, che ha comunque portato benefici e innovazione nelle nostre vite, e al relativo stile di vita.  

 

L’ultima opzione è quella di un’utopia sostenibile, nella quale tutte le componenti del sistema globale sono volte alla modifica del modello di sviluppo, implementando strategie diverse. Per esempio, una finanza sostenibile fondata sui “green bonds”, titoli che finanziano progetti volti all’efficienza energetica basata sulla sostenibilità e progetti environmental-friendly che prevengono l’inquinamento. Inoltre, sarebbe bene investire sull’economia circolare, ossia un sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, riducendo gli sprechi. Un modello di consumo che non scarta i beni “usati”, piuttosto li reintegra nel sistema con un altro scopo.

 

Azione

In seguito a queste considerazioni, è necessaria l’azione verso il cambiamento. Molto dipende dall’orientamento che caratterizza i sistemi decisionali. Il nuovo scenario politico internazionale può essere un ulteriore riduzione della visione futura o può rappresentare una fase di vera apertura. Ciò non toglie che il pianeta ha dei limiti che noi stiamo sfruttando, piuttosto che rispettando. È compito della politica e dei vari attori internazionali prendere in considerazione progetti che siano più sostenibili.

 

Ho domandato al professor Giovannini, in quanto studentessa, cosa potessimo fare noi giovani in questa situazione. Lui mi ha risposto “Studiate, leggete e informatevi perché siete il futuro. E, se potete, unitevi alla manifestazione del 15 marzo Global Strike for Future, per chiedere ai decision-makers del mondo di discutere questo tema e per trovare delle soluzioni concrete”.

 

Riflessioni Finali

Organizzare e partecipare ad una manifestazione di sciopero per il futuro del clima e della terra (e quindi dell’uomo) è fondamentale per sensibilizzare e farsi ascoltare. È però importantissimo anche non limitarsi a manifestare ed iniziare ad agire. Le istituzioni nazionali e globali hanno di certo un compito cruciale. Inoltre, sono state chiamate a mettere in agenda la discussione su come affrontare il cambiamento climatico e l’inquinamento. Anche noi, comuni cittadini, possiamo agire nel nostro piccolo, compiendo azioni quotidiane che non comportano grandi sforzi, ma, se fatte a lungo termine e da una grande quantità di persone, possono iniziare ad avere un impatto, sia verso le istituzioni, sia sull’ambiente.

 

Alcune accortezze possono essere adottate: farsi una doccia di durata ridotta e non lasciar scorrere l’acqua del rubinetto troppo a lungo. Portare sempre con sé una busta di plastica riutilizzabile per la spesa, usare una bottiglietta in alluminio o in plastica non usa e getta. Fare la raccolta differenziata (Corriere della Sera 2019) ed utilizzare tutti gli elettrodomestici in misura essenziale. Un altro sforzo è quello di evitare di tenere a temperature troppo alte i termosifoni durante l’inverno (20 C° sono sufficienti), piuttosto, indossare un altro maglione. Queste pratiche sono di certo linee guida semplici. Ma è indispensabile che fin dall’educazione primaria questi concetti di vita diventino patrimonio di tutti per iniziare insieme un determinato cammino verso una direzione che sia più sostenibile.

 

Bibliografia

Corriere della Sera. 2019. Ambiente, 10 piccole azioni (quotidiane) per salvare il Pianeta. Online. https://www.corriere.it/cronache/cards/ambiente-10-piccole-azioni-quotidiane-salvare-pianeta/auto.shtml

Oreskes, Naomi. 2005. The Scientific Consensus on Climate Change. In Science. 306(5702): 1686.

Rapporto Brundtland. 1987. Disponibile all’indirizzo http://www.un-documents.net/our-common-future.pdf

Speroni, Donato. 2014. È ora di superare il Pil. Corriere della Sera.Online http://numerus.corriere.it/2014/01/17/giovannini-e-altri-esperti-e-ora-di-superare-il-pil/

Tarantelli, Ezio. 1988. L’utopia dei deboli è la paura dei forti: saggi, relazioni e altri scritti accademiciFrancoAngeli, Milano.

 

Note biografiche

Enrico Giovannini è professore di statistica economica all’università di Roma Tor Vergata e Public Management alla LUISS. È stato presidente dell’Istat, direttore delle statistiche per l’OCSE e Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali durante il governo Letta.

 

*UNECE: United Nations European Commission for Europe

Photo credits: Giulia Garzia

 

Autore dell’articolo *Roberta Croceaddetta alla comunicazione del think tank trinità dei monti. Studentessa in Politics, Philosophy and Economics all’Università LUISS Guido Carli, Roma, ItaliaCome sempre pubblichiamo i nostri lavori per stimolare altre riflessioni, che possano portare ad integrazioni e approfondimenti.

* i contenuti e le valutazioni dell’intervento sono di esclusiva responsabilità dell’autore.

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