Il cambiamento climatico ha reso il capitalismo insostenibile

di Luca Mazzacane - 2 Aprile 2020

 from Rome, Italy

   DOI: 10.48256/TDM2012_00090

Il cambiamento climatico è un fattore esogeno mai incontrato dall’umanità post rivoluzioni industriali. L’unicità di questo evento potrebbe rivelarsi un fattore determinante nel progresso delle teorie economiche e quindi portare ad un’evasione dal sistema capitalista. La teoria del capitalismo sostenibile sembra avere una funzione placebo, piuttosto che pragmatica, tenendo conto dell’impossibilità di tale modello di fronte alla continuità di risorse necessarie al sistema economico capitalista per sopravvivere (Scales, 2016). Potrebbe essere quindi il cambiamento climatico il turning point nell’evoluzione delle teorie economiche fossilizzatesi da anni sul capitalismo, che è prossimo all’obsolescenza. La necessità di una nuova teoria economica è anche dimostrata dal superamento della teoria stessa, con modelli come il post-keynesismo, l’economia circolare e quella partecipativa di Alber e Hanel, che aprono la strada per il consolidamento di un nuovo modello economico.

I fattori di cambiamento nell’epoca Post-Industriale

Innanzitutto, possiamo andare ad osservare quali siano stati nella storia i fattori che hanno portato a cambiamenti o evoluzioni nei sistemi economici. Gli eventi che hanno portato a nuove soluzioni socio-economiche nella comunità post-industriale sono tendenzialmente fattori endogeni alla società stessa, come l’aumento della popolazione, la condizione ed emancipazione della donna, i conflitti mondiali, il miglioramento delle condizioni di vita e le religioni, come inteso da Durkheim (Durkheim, Pickering, 1975). La stessa Rivoluzione Industriale è considerabile quale elemento interno alla società mondiale, che ha stravolto i preesistenti modelli economici moltiplicando esponenzialmente le capacità produttive e accorciando i tempi di contatto con l’interconnessione tele-comunicativa. L’aumento della popolazione e il miglioramento delle condizioni di vita sono intrinsechi fra loro: essi sono matrici del cambiamento, poiché un aumento della vita media, insieme alla crescita della popolazione globale, porta ad una domanda ben più continua, differenziata, duratura e vasta.

I conflitti, specie quelli mondiali, hanno storicamente una funzione di appianamento e reset economico che influisce sui metodi produttivi e veicola nuovi adattamenti ai sistemi economici preesistenti. L’evoluzione della figura della donna nella società post-Industriale ha fatto sì che questa potesse essere un nuovo fattore produttivo, oltre che di consumo, influendo sull’offerta di alcuni beni e servizi con l’introduzione di nuove figure professionali e specializzate, come ad esempio nel campo sanitario. Infine, le religioni, intese con concezione Durkheimiana, possono essere sia un fattore sia un indice di cambiamento. Possono essere innanzitutto un indicatore, poiché le religioni sono specchio della coscienza collettiva e quindi ogni religione rispecchia la condizione sociale della suddetta popolazione nella suddetta area geografica, e i suoi eventuali cambiamenti (Durkheim, Pickering, 1975). Ma la religione allo stesso tempo modifica il modus operandi della società, ad esempio prediligendo o meno il lavoro e la produttività, come nel caso del calvinismo.

 

L’esogeno imprevedibile: la natura ed il cambiamento climatico

Quanto affermato nei paragrafi precedenti non nega che gli eventi climatici abbiano cambiato la natura economica dei Paesi coinvolti, ma se ciò colpisce i singoli stati, mai nella storia si è registrata un’eventualità di tale dimensione globale. Il cambiamento climatico è un evento improcrastinabile ed incombe sulla nostra e le future generazioni. Analizzando la qualità dell’aria in Cina e in Italia nei vigenti periodi di quarantena da COVID-19, si nota come le emissioni e l’inquinamento siano drasticamente calati con le nuove misure di contingenza in risposta alla pandemia (IEA, 2020)(Corriere della Sera, 2020). Questo però porta a comprendere come l’incessante metodo produttivo capitalista, causato da noi stessi consumatori che alziamo sempre di più l’asticella del mercato, non possa più coesistere con una situazione ambientale fragile. Da qui si capisce che le soluzioni viabili possono essere due: diminuire la domanda a livello globale, o trovare nuovi metodi di produzione sostenibile.

Il crollo delle emissioni globali di oltre 100 milioni di tonnellate di Co2, causato dal regime di quarantena, è una dimostrazione di come vi siano misure efficaci per contrastare il cambiamento climatico, ma anche della drasticità di queste stesse. Affidandosi al Lancet Countdown on health and climate change, notiamo che la previsione degli esperti: a causa del cambiamento climatico, tra il 2030 ed il 2050 diverse fasce della popolazione mondiale saranno interessate da morte prematura (The Lancet, 2019). I problemi più tangibili arriveranno fra il 2050 e il 2100. Questa “lontananza” dal rischio è il problema stesso della crisi climatica, ovvero uno stillicidio, se confrontato con lo shock istantaneo portato dal Covid-19, che avalla la continua procrastinazione della criticità. Fra campagne di sensibilizzazione e manifestazioni, per salvare l’ambiente è necessario ripartire dal capitalismo sostenibile e analizzarne le mancanze, dalle quali poi partire per il consolidamento di un nuovo sistema economico.

 

La teoria del capitalismo sostenibile: transizione e criticità

Date le diverse sfaccettature che il modello ha assunto in seno ai propri teorici, analizziamo il comune denominatore tra questi: il fenomeno di transizione. Secondo Smith, nel capitalismo sostenibile le imprese devono considerare le questioni ambientali cambiando i loro metodi produttivi (Smith, 2015). In questa fase di transizione, si evidenziano due principali necessità: l’accumulo di capitale e la generazione di profitto da parte delle aziende e l’urgenza di adeguare questi bisogni di fronte al quadro climatico (Smith, 2015). Come soluzione, il capitalismo sostenibile mira a correggere alcune criticità del capitalismo, come le esternalità, le quote di emissione e la regolazione della green consumption. Fra le misure esistenti da rivedere, si annovera il carbon trading, poiché la logica del mercato vince sulla sostenibilità, permettendo a Paesi benestanti di comprare “pacchetti di emissione” da quelli in via di sviluppo che non supererebbero tali soglie prescritte, inquinando maggiormente senza intaccare le capacità produttive.

Per quanto riguarda le esternalità e la green consumption, questi sono processi intrinsechi. Partendo dalle esternalità, il capitalismo ha individuato l’ambiente con questa accezione, di fatto minimizzando il grado di responsabilità del mercato. A tal proposito, Fairbrother propone una riconcettualizzazione delle esternalità, ponendole come concetto costruttivamente unificante per la ricerca ambientale in tutte le scienze sociali (Fairbrother, 2016). Conseguentemente, un’accentuazione delle responsabilità spiana la strada alla green consumption: questa infatti si fonda sulla responsabilità condivisa fra consumatori e produttori nel prediligere beni derivati da energie pulite . Fondamentale è il ruolo del consumatore, che con un processo di lobbismo bottom-up, ad esempio scegliendo solo prodotti eco-friendly, può alterare le scelte di mercato, costringendo i produttori a collimare con l’ambiente (Peattie, 2010). Qui, come nel caso delle convenzioni internazionali sull’ambiente, la soluzione è teoricamente giusta, ma a livello pragmatico pecca di efficacia, mancando di vincoli giuridici e quindi offrendo un’implementazione solo parziale.

 

Critica al capitalismo sostenibile

Il capitalismo sostenibile non è esente da critiche e scetticismi. Innanzitutto, perché la tentata riduzione dell’impatto ambientale richiederà radicali cambiamenti economici e culturali che non sono possibili in un contesto capitalistico (Cock, 2011). Un possibile atteggiamento restio al cambiamento di approccio si intreccia con l’evidenza che non ci siano abbastanza risorse per tutti per godere degli stili di vita intensamente consumistici e creatori di sprechi delle nazioni industriali più abbienti. Queste paiono essere impermeabili al concetto di giustizia ambientale, corollario della giustizia sociale, dove si pone come concetto onnicomprensivo che afferma il valore di tutte le forme di vita contro gli interessi meno collettivizzanti di ricchezza, potere e tecnologia (Il Sole 24 Ore, 2019). D’altro canto, questa resistenza sembra essere la comprova che una strategia sostenibile non coincide con quella di sviluppo in senso capitalistico, e viceversa, e quindi che le due non possano coesistere, anzi negandosi vicendevolmente (Cock, 2011).

 

Nuove vie economiche

Comprovata l’impossibilità di pari coesistenza tra la costante crescita produttiva e tecnologica e la sostenibilità ambientale, è necessario vagliare nuove frontiere economiche di matrice post-capitalista. I modelli proposti non mancano, ma alcuni risultano più adeguati di altri. Ad esempio, meno adeguata, fra le proposte post-capitaliste annoverabili risulta il post-keynesismo. Esso si fonda sulla domanda effettiva, ovvero rilevata a breve e lungo termine, mirando a non raggiungere mai una piena occupazione e tralasciando la sostenibilità ambientale. Risultano più attinenti alla cura e alla preservazione ambientale, proposte come l’eco socialismo, l’economia circolare e quella partecipativa. Il primo, si concentra sulla congiunzione degli ideali socialisti, quelli radicali della prima epoca, con i principi di sostenibilità ambientale. La scarsa flessibilità del modello però lo rende inadatto allo scopo, rimanendo ancorato a concetti come la abolizione della proprietà privata, mentre rifugge l’utilizzo e il progresso tecnologico per venire incontro alle necessità climatiche (Kovel, Löwy, 2003).

Il progresso tecnologico è un fondamentale alleato nella lotta al cambiamento climatico, basti pensare all’energia e alla produzione green derivante dall’energia eolica e solare, che negli ultimi tre anni hanno ricevuto maggiori investimenti rispetto al carbon fossile (IEA, 2020). Questa impronta è rispettata dal modello circolare e quello partecipativo. La partecipativa tende verso l’eco socialismo, proponendo la comune proprietà dei mezzi di produzione. Presenta un legame maggiore con la sostenibilità ambientale, essendo un’economia verde che soddisfa le esigenze economiche del ventunesimo secolo senza diminuire la capacità delle generazioni future, necessaria per il progresso (Hahnel, 2012). Ciò, in linea con i principi di democrazia, efficienza, giustizia economica e solidarietà (Albert, Hahnel, 1992). La sostenibilità ambientale è implicita al modello, ma non è tra i valori cardine dello stesso, come nel caso della circolare che segue i trend proposti dall’Agenda 2030 e dal piano di decarbonizzazione per il 2050 della Commissione Europea.

 

Quale via economica e la circular supply chain

Fra i modelli disponibili, l’economia circolare pare la proposta più adeguata nella lotta al cambiamento climatico, non solo perché coerente con i Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite ed il pacchetto sull’Economia Circolare varato dall’Unione Europea nel 2018 (Europarl.europa.eu, 2020). Fulcro di questo modello è lo scarto di consumo e produzione, concepito come valore aggiunto nell’economia. Costola fondamentale dell’economia circolare è la circular supply chain, ma ha dato vita ad ulteriori modelli viabili come quello basato sull’estensione del ciclo di vita di beni e servizi. I sistemi circolari impiegano il riutilizzo, la condivisione, la riparazione, la ristrutturazione, la rigenerazione, il riciclaggio per creare un sistema a circuito chiuso, riducendo al minimo l’uso di risorse in entrata e la creazione di rifiuti, inquinamento ed emissioni di carbonio (Ilsole24ore, 2019). Fondamentale in questo modello è la concezione che ogni scarto sia fonte di utilizzo in un altro processo produttivo.

L’economia circolare viene spesso dipinta in contrapposizione con l’economia lineare, e questa differenziazione verte sul concetto di circular supply chain. Le catene lineari raccolgono le materie prime, trasformandole in prodotti utilizzabili fino al loro esaurimento e smaltimento come rifiuti. A partire dai fornitori, la lineare si dirige verso i produttori, i distributori e i consumatori (Deloitte Insights, 2020). In alternativa, la catena di fornitura circolare presenta interconnessioni tra ognuna di queste. Quindi, l’economia circolare stravolge le normali logiche della produzione del mercato. Ciò rappresenta anche uno dei limiti più insormontabili per la circular, ovvero la volontà delle entità partecipanti alla catena di rivalutare il metodo operativo, creando un flusso di prodotti migliore e a basso costo, che appiani le divergenze economiche e gli svantaggi competitivi (Ilsole24ore, 2019). Ad esempio, le entità economiche devono devolvere il loro progresso tecnologico perché si abbia una transizione efficace dalla catena lineare a quella circolare.

 

Conclusioni

Se da una parte è condivisibile l’incertezza riguardo quale via economica possa essere utile nella lotta alla crisi climatica, dall’altra si capisce attraverso i punti trattati che il modello capitalista è obsoleto, diventando quasi una trappola in cui l’economia globale si è fossilizzata. Un vero punto di partenza potrebbe essere rappresentato da un pacchetto legislativo internazionale, giuridicamente vincolante, che ponga le basi di partenza per questa transizione. È il caso del Green New Deal, ovvero una proposta di pacchetti legislativi americana che mira ad affrontare il cambiamento climatico e la disuguaglianza economica. L’approccio, caldamente supportata dal senatore Edward Markey e il rappresentante Alexandria Ocasio-Cortez spinge per la transizione verso l’utilizzo di fonti energetiche totalmente rinnovabili, a zero emissioni, compresi gli investimenti in auto elettriche e ferrovie ad alta velocità, l’implementazione del “costo sociale del carbonio” e la creazione di posti di lavoro nel settore delle energie pulite (Nytimes.com, 2020).

Questo potrebbe essere un ottimo approccio, soprattutto se è la nazione con il primato economico globale ad implementarlo. Ad ogni modo, il primo tentativo del GND è fallito nel 2019, a testimonianza delle difficoltà legate alla fossilizzazione del sistema capitalista e delle difficoltà di transizione economica (NBC News, 2020). All’umanità rimane poco tempo per arginare le negligenze ambientali del passato, ma le iniziative e le idee non mancano, così come le linee guida delle organizzazioni internazionali a riguardo. Serve però un modello economico che sia appetibile a tutti gli utenti del mercato lineare, al fine di assicurare l’implementazione anche di quelle fasce meno sicure, come le corporate. Evidente però alla fine di questa analisi che, essendo in discussione il futuro del pianeta, le varie entità in gioco debbano scendere a patti per il bene comune, eventualmente godendo dei vantaggi aggiunti dall’adozione di un nuovo modello, come nel caso dell’economia circolare.

 

Bibliografia (A-L)

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Durkheim, E. and Pickering, W., 1975. Durkheim On Religion. London: Routledge & K. Paul.
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Fairbrother, M., 2016. Externalities: why environmental sociology should bring them in. Environmental Sociology, 2(4), pp.375-384.
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Bibliografia (M-Z)

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Nytimes.com. 2020. What Is The Green New Deal? A Climate Proposal, Explained. [online] Available at: <https://www.nytimes.com/2019/02/21/climate/green-new-deal-questions-answers.html>.
Peattie, K., 2010. Green Consumption: Behavior and Norms. Annual Review of Environment and Resources, 35(1), pp.195-228.
Randall, T., 2016. Wind And Solar Are Crushing Fossil Fuels. [online] Bloomberg. Available at: <https://www.bloomberg.com/news/articles/2016-04-06/wind-and-solar-are-crushing-fossil-fuels>
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Smith, R., 2015. Green Capitalism: The God That Failed.
Watts, N., Amann, M., Arnell, N., Ayeb-Karlsson, S., Belesova, K., Boykoff, M., Byass, P., Cai, W., Campbell-Lendrum, D., Capstick, S. and Chambers, J., 2019. The 2019 report of The Lancet Countdown on health and climate change: ensuring that the health of a child born today is not defined by a changing climate. The Lancet, 394(10211), pp.1836-1878.

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Autore dell’articolo*: Luca Mazzacane, dottore in Lingue e Culture Moderne presso l’Università di Pavia (BA), Dr. in International Relations presso LUISS Guido Carli (MA), Roma.

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