Prime conseguenze politiche della nascita del governo Draghi

di Marco Busetto - 1 Aprile 2021

 Bruxelles, Belgio

   DOI : 10.48256/TDM2012_00187

Al termine di una lunga crisi di governo, il 13 febbraio 2021 il governo Draghi giurava nelle mani del Presidente Mattarella. L’attuale governo nasce dal fallimento della strategia portata avanti dalla maggioranza del governo precedente. Prima, il tentativo di rafforzare la maggioranza facendo appello ai “costruttori” non ha generato che un gruppo parlamentare di breve durata e con una senatrice in prestito. Dopo, la riapertura di un tavolo per una maggioranza allargata si è arenata sulla forma da dare al proprio documento conclusivo. A quel punto, l’avvitarsi della crisi avrebbe naturalmente condotto ad uno scioglimento anticipato delle Camere e a nuove elezioni, ma la pandemia in atto ha costretto il Presidente Mattarella a prendere una decisione straordinaria. Come all’inizio del 2020 il diffondersi del virus aveva puntellato il secondo governo Conte già percorso da tensioni interne, così all’inizio del 2021 la stessa situazione favorisce la continuazione della legislatura.

Quella del Presidente della Repubblica è evidentemente una decisione sofferta e ragionata, come traspare dalle dichiarazioni dopo il fallimento del mandato esplorativo al Presidente della Camera Fico. L’appello finale è “a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un Governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica”. Non una soluzione tecnica né un governo del Presidente, ma un modo per uscire da un’impasse inaccettabile ma straordinaria rispetto al normale confronto democratico. La nascita del governo Draghi ha comunque avuto delle ripercussioni, per quanto opposte: a livello parlamentare ha assopito le maggiori agitazioni, mentre a livello politico ha scatenato le tensioni interne ai partiti.

 

Gli effetti sul Parlamento

La formazione di una maggioranza di governo molto larga ha naturalmente disteso gli animi dei parlamentari. L’opposizione è oggi formata di fatto solamente da un gruppo parlamentare, Fratelli d’Italia, a cui va aggiunto la componente del gruppo misto della Camera “L’alternativa c’è” e alcuni parlamentari non iscritti. La maggior parte dei contrari sono quindi ex-iscritti al Movimento 5 Stelle, che è infatti il gruppo politico che ha visto più abbandoni nel corso della legislatura. Al Senato il M5S ha perso 33 senatori, mentre alla Camera 58 deputati, ovvero oltre un quarto dei propri parlamentari. Come testimoniato dalle elaborazioni di OpenPolis, i cambi di gruppo causati dalla crisi del governo Conte e dall’insediamento del governo Draghi sono stati numerosi. In tre mesi si sono visti più movimenti che in tutto il 2020. Nella XVIII legislatura fino a marzo 2021, quindi, hanno cambiato gruppo 65 senatori e 126 deputati, per un totale di 217 trasferimenti.

Nuovi equilibri parlamentari

Al netto dei movimenti tra i gruppi, però, il clima in Parlamento si è trasformato. Sono principalmente tre i motivi che ne possono essere considerati la causa: la normale sospensione dei lavori durante la crisi di governo; il carico di lavoro straordinario nelle commissioni per esaminare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza; la diminuita rilevanza delle opposizioni. La maggioranza larga ha, quindi, obbligato i partiti a limitare le critiche e a lavorare su un’agenda condivisa di pochi punti che, per ora, non è stata però ancora elaborata. Sono solo 9 le sedute tra i due rami del Parlamento a febbraio e 11 a metà marzo. Anche le leggi approvate sono solamente due, entrambe di conversione di decreti-legge del governo Conte.

Per quanto riguarda i voti, la nuova maggioranza ha tendenzialmente tenuto in tutte le circostanze. Anche il DL Milleproroghe, su cui si era aperta la battaglia contro la riforma della prescrizione di Bonafede, è stato approvato a larga maggioranza. Allo stesso modo, gli interventi in dissenso e di ostruzionismo durante le discussioni sono radicalmente diminuiti, anche a causa della limitata ampiezza di Fratelli d’Italia. Nonostante la propria maggioranza, il governo Draghi ha dovuto apporre già due volte la questione di fiducia. Sia nel caso del DL Milleproroghe, che in quello del DL sul CONI, però, la fiducia si è resa necessaria per approvare in tempo i decreti, rallentati dalla crisi di governo. Resta quindi, almeno per ora, difficile immaginare quanto ampio sarà l’uso della questione di fiducia da parte dell’attuale esecutivo.

 

Gli effetti sul sistema dei partiti

Molto diverse sono state le reazioni che hanno attraversato i partiti politici dopo la nascita del governo Draghi. Dato il fallimento della strategia per mantenere Conte a Palazzo Chigi, i partiti che più hanno subìto questa evoluzione sono stati quelli della precedente maggioranza, anche se nel centrodestra ci sono state alcune evoluzioni.

Centro-destra

Come accennato, i partiti della coalizione di centro-destra hanno preso posizioni variegate rispetto al nuovo esecutivo. La forza più a suo agio è stata Forza Italia, che ha sempre portato avanti un certo europeismo, per quanto in un contesto di sempre maggiore distanza tra le anime interne al partito. Non era comunque in dubbio il fatto che Berlusconi avrebbe risposto positivamente all’appello del Capo dello Stato. D’altra parte, il partito forzista aveva già condiviso esperienze di governi ampi e con forze tendenzialmente opposte. Il nome di Draghi, ritenuto figura di alto livello, non ha fatto che facilitare una decisione scontata. Similmente ma all’opposto, la decisione di Giorgia Meloni di porsi all’opposizione rafforza una linea strategica coerente che sembra piacere all’elettorato. Il porsi come unica forza riconosciuta al di fuori della maggioranza, dà anche il vantaggio a Fratelli d’Italia di monopolizzare la scena politica per quanto riguarda la critica al governo. Nel breve periodo, inoltre, tale scelta dovrebbe portare all’ottenimento di alcune poltrone di peso, come la guida del COPASIR.

Un discorso diverso va fatto, invece, sul posizionamento della Lega. La svolta sovranista portata avanti da Matteo Salvini stride in principio con il sostegno al governo Draghi. Non solo pesano le posizioni anti-euro su cui era stata giocata la campagna elettorale del 2018, ma anche va considerata la difficoltà di tornare al governo con gli ex-alleati del primo governo Conte. La scelta di sostenere Draghi va probabilmente letta come un tentativo di accreditarsi a livello nazionale ed europeo come forza moderata e credibile di governo. D’altra parte, una decisione diversa avrebbe trovato una forte opposizione da parte dell’elettorato storico della Lega, più legato alle questioni economiche e all’Europa che alle battaglie contro l’immigrazione. Il successo della nuova strategia dipenderà molto dalla capacità di influenzare le decisioni del governo e sarà valutabile sul più lungo periodo. I sondaggi, per ora, paiono però premiare più gli alleati che il partito leghista.

Movimento 5 Stelle

All’interno di un mondo pentastellato già indebolito dopo i successivi governi, la partecipazione al governo Draghi ha definitivamente diviso le due anime storiche del Movimento. Da una parte i governisti con Di Maio e Crimi, che hanno ora trovato nell’ex-Presidente Conte un nuovo punto di riferimento per il rilancio del progetto politico; dall’altra i movimentisti di Di Battista, che in un video condiviso sui social ha preso atto della decisione degli iscritti di sostegno al governo e si è detto non più rappresentato dal Movimento. Così i parlamentari che non hanno votato la fiducia al governo Draghi sono stati espulsi, pur con qualche minaccia di ricorsi, e una parte di questi ha formato “L’alternativa c’è” nel gruppo misto della Camera. Rispetto alle attese, però, il gruppo del M5S è riuscito a limitare i danni e resta pertanto il gruppo di maggioranza relativa sia alla Camera che al Senato.

Più sorprendente e con più possibili ripercussioni future è invece la rottura che si è definitivamente manifestata tra il Movimento e l’Associazione Rousseau. Questo fatto segna la fine del progetto originario dei Cinque Stelle, in quanto si è consumato anche a livello personale tra Grillo, fondatore del Movimento, e Casaleggio, figlio dell’ideatore della piattaforma per la democrazia diretta. E il divorzio tra partito e associazione rischia di trasformarsi in una guerra basata su contratti di servizio e proprietà dei dati. L’Associazione Rousseau resta, infatti, l’unica proprietaria dei dati degli iscritti al Movimento ed è tutelata dallo statuto del partito. Sarà quindi proprio questo il campo in cui si dovrà esercitare Giuseppe Conte nella sua nuova posizione di leader del Movimento. Solo dopo aver risolto questo problema, il Movimento potrà realmente occuparsi del proprio rilancio strutturale, come già annunciato.

Centro-sinistra

Il campo ampio del centro-sinistra raccoglie le posizioni più disparate al nuovo governo. Italia Viva si è da subito posta come prima sostenitrice dell’esecutivo Draghi, pur non riuscendo a raccogliere, al momento, una risposta positiva da parte dell’elettorato. Inaspettatamente dato il suo pieno sostegno a Draghi, +Europa sta vivendo un momento molto negativo, dopo le dimissioni del segretario Della Vedova e l’uscita di Emma Bonino dal partito a causa delle tensioni interne. Dal lato opposto, Liberi e Uguali si è spaccato tra la componente di Sinistra Italiana contraria al governo e quella di Articolo 1 invece favorevole. De Petris e Palazzotto, però, due dei tre parlamentari di Sinistra Italiana, hanno lasciato il partito per votare la fiducia al governo.

Il Partito Democratico ha vissuto probabilmente uno dei momenti più bui della sua, seppur breve, storia. La decisione di Nicola Zingaretti di dimettersi da segretario ha scatenato forti reazioni all’interno del partito. A guastare definitivamente il clima, sempre teso tra le correnti, pare sia stato un sondaggio che immaginava un Movimento 5 Stelle guidato da Conte e che vedeva crollare il PD al quarto posto con il 14% delle preferenze. Il Partito Democratico è riuscito a uscire presto da questa difficile situazione, eleggendo come nuovo segretario Enrico Letta, quasi all’unanimità. Non è ovviamente detto che tale convergenza tra le correnti duri a lungo, ma il neo-segretario si è posto come obiettivo di ricreare un partito aperto e capace di non dividersi sui temi.

 

Conclusione

A poco meno di due mesi dalla nascita del governo Draghi, è difficile fare previsioni sull’evoluzione dei rapporti tra i partiti e all’interno di essi. Il nuovo assetto ha, però, sicuramente già manifestato alcuni effetti nello scenario politico, mettendo in movimento dinamiche nuove e trasformative. I partiti dovranno trovare il proprio modus vivendi all’interno di una coalizione straordinaria, almeno fino all’elezione del Presidente della Repubblica, nel febbraio 2022. Nel mezzo, le elezioni amministrative del prossimo ottobre saranno un banco di prova per capire chi meglio è riuscito a capitalizzare dalla strana situazione presente. Molto dipenderà, però, dall’evoluzione della pandemia e dalla capacità del governo di sviluppare la propria strategia vaccinale. Parallelamente, la presentazione del PNRR, l’avvio della realizzazione dei progetti e le relative riforme saranno temi su cui i partiti potrebbero scontrarsi anche aspramente. La scomposizione del campo politico causata dalla nascita del governo Draghi attende, quindi, una ricomposizione.

 

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Autore dell’articolo* : Marco Busetto, Dr. in Relazioni Internazionali all’Università Cattolica, Milano, Italia. Come sempre pubblichiamo i nostri lavori per stimolare altre riflessioni, che possano portare ad integrazioni e approfondimenti. 

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Nota della redazione del Think Tank Trinità dei Monti

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