Il peacekeeping dell’ONU in Medio Oriente: evoluzione, sfide e prospettive

di Trinità Dei Monti - 7 Novembre 2025

  Roma, Italia 

 

Introduzione

Nate nel 1945 con l’obiettivo di «salvare le generazioni future dal flagello della guerra», le Nazioni Unite hanno fatto della pace la propria missione fondante e del peacekeeping uno degli strumenti principali per perseguirla, aiutando popolazioni di tutto il mondo a porre fine ai conflitti armati.

Sessant’anni e un Premio Nobel dopo, l’organizzazione internazionale più importante al mondo continua a essere presente in Medio Oriente, dove nel 1948 fu avviata la prima missione di mantenimento della pace della storia dell’ONU.

Oggi l’Organizzazione conta undici missioni attive, di cui tre impegnate proprio nel garantire la stabilità in alcune delle aree a più alto rischio del pianeta: Libano, Siria, Israele e Territori Palestinesi Occupati.

Le origini del peacekeeping in Medio Oriente

Quando, nel novembre 1947, l’Assemblea Generale dell’ONU approvò il piano di spartizione della Palestina che comprendeva uno Stato arabo e uno Stato ebraico, con Gerusalemme sotto amministrazione internazionale, la proposta fu respinta dagli arabi palestinesi e dai Paesi della regione. Meno di un anno dopo, con la fine del mandato britannico e la proclamazione dello Stato di Israele, il conflitto divenne inevitabile.

È in questo contesto che nacque la United Nations Truce Supervision Organization (UNTSO), la prima missione di peacekeeping della storia, istituita per vigilare sull’attuazione degli accordi di armistizio tra Israele e i Paesi arabi e per prevenire il riaccendersi delle ostilità.

Nel corso dei decenni successivi, e in particolare a seguito delle guerre del 1956, 1967 e 1973, il mandato dell’UNTSO si è adattato al mutare degli equilibri regionali. Oggi i suoi osservatori militari cooperano strettamente con due delle più importanti missioni dell’organizzazione nella regione: la United Nations Disengagement Observer Force (UNDOF), dispiegata sulle alture del Golan per monitorare il cessate il fuoco tra Siria e Israele, e la United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), impegnata nel sud del Libano a supporto delle Forze Armate Libanesi nel mantenimento della stabilità lungo la cosiddetta “Linea Blu”.

UNIFIL e UNDOF: due pilastri della stabilità regionale

Le tensioni tra Libano e Israele si intensificarono nei primi anni Settanta, quando gruppi armati palestinesi si insediarono nel sud del Libano e iniziarono a condurre attacchi oltreconfine. In risposta, nel 1978, Israele invase il Libano meridionale, provocando una crisi regionale di ampia portata.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite istituì allora la UNIFIL, con il duplice mandato di supervisionare il ritiro israeliano e sostenere il governo libanese nel ristabilire la propria autorità nella regione. Israele completò il ritiro nel 2000 e, in assenza di un confine ufficialmente riconosciuto, l’ONU tracciò la cosiddetta “Blue Line”, oltre la quale le forze israeliane si impegnarono a non avanzare.

Il conflitto riesplose nel 2006 con la guerra tra Israele e Hezbollah, conclusasi dopo 34 giorni grazie alla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza. Da allora, UNIFIL continua a operare lungo la Linea Blu, fungendo da elemento di stabilizzazione e deterrenza in una delle aree più fragili del Medio Oriente.

Sempre negli anni Settanta, un’altra crisi scosse la regione: la guerra dello Yom Kippur del 1973 tra Israele, Egitto e Siria. In risposta al conflitto, l’anno successivo fu istituita la UNDOF, con il compito di monitorare il cessate il fuoco e fungere da forza di interposizione sulle alture del Golan.

Dal 1974, la missione ha garantito la relativa stabilità dell’area, nonostante l’instabilità interna siriana e le ricorrenti violazioni. Negli ultimi anni, tuttavia, l’indebolimento del controllo governativo in Siria e la frammentazione del potere hanno reso sempre più complesso il mantenimento del mandato ONU.

Gli sviluppi recenti e le nuove sfide

Nell’agosto 2025, i quindici membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno votato all’unanimità a favore della chiusura della missione UNIFIL, stabilendo il ritiro definitivo dell’ONU dal Libano entro il 31 dicembre 2026.

La decisione, accolta con favore dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha tuttavia suscitato preoccupazioni tra diversi membri del Consiglio, in particolare Francia e Italia, che hanno sostenuto con successo la necessità di un’ultima proroga. L’obiettivo è evitare che un ritiro immediato possa creare un vuoto di potere nel sud del Libano, favorendo un rafforzamento di Hezbollah.

In parallelo, Washington ha approvato un finanziamento straordinario di 14,2 milioni di dollari destinato alle Forze Armate Libanesi, volto a sostenere le operazioni di smilitarizzazione delle milizie filoiraniane. Tale decisione riflette non solo l’intento di garantire la sicurezza di Israele, ma anche una più ampia strategia americana volta a contenere l’influenza di Teheran nella regione mediorientale.

Sul fronte siriano, il 30 giugno 2025 il Consiglio di Sicurezza ha approvato la Risoluzione 2782, prorogando il mandato di UNDOF fino al 31 dicembre 2025 e invitando alla tutela del personale ONU fino al completamento del ritiro.

La decisione è arrivata in un contesto di crescente instabilità, aggravato dalla campagna di bombardamenti avviata lo scorso dicembre dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel sud-ovest della Siria, dopo il crollo del regime di Bashar al-Assad. L’operazione, che ha portato alla distruzione di oltre il 70% dell’arsenale militare appartenuto al regime, aveva l’obiettivo di impedire che le armi residue cadessero nelle mani di milizie ribelli o filoiraniane.

Parallelamente, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno condotto un’incursione nella zona smilitarizzata sotto il controllo di UNDOF, violando – secondo il personale delle Nazioni Unite – i termini dell’accordo di disimpegno del 1974. L’episodio ha riacceso le preoccupazioni internazionali sulla tenuta del cessate il fuoco e sulla sicurezza dei caschi blu ancora presenti nell’area.

Conclusione

Le missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite in Medio Oriente rappresentano da oltre settant’anni un laboratorio di diplomazia multilaterale e uno strumento cruciale per la stabilità regionale. Tuttavia, la progressiva riduzione delle forze dispiegate e il crescente peso delle dinamiche geopolitiche – in primis la competizione tra Stati Uniti, Iran e Israele e i tentativi di espansione della propria zona d’influenza da parte di quest’ultimo – rischiano di svuotare il peacekeeping del suo ruolo originario.

Il concetto stesso di mantenimento della pace è stato messo a dura prova da contesti profondamente diversi rispetto a quelli per cui era stato concepito. L’idea, formalmente ribadita, del ruolo centrale dell’ONU nella gestione della pace è stata erosa da una progressiva perdita di credibilità dell’organizzazione, maturata a partire dai fallimenti degli anni Novanta e aggravata dalla dipendenza dal consenso politico e dal sostegno materiale degli Stati membri. In particolare, il veto esercitato dagli Stati Uniti sulle risoluzioni riguardanti Israele ha spesso paralizzato l’azione collettiva, riducendo la rilevanza delle decisioni del Consiglio di Sicurezza in materia di peacekeeping in Medio Oriente.

Il ritiro di UNIFIL e di UNDOF segna dunque la fine di un’epoca e apre una fase incerta: quella in cui la pace, più che mantenuta, dovrà essere ricostruita da zero, in un Medio Oriente nuovamente attraversato da conflitti asimmetrici e da un profondo vuoto di sicurezza.
In un contesto in cui la stabilità appare sempre più precaria, il futuro del peacekeeping ONU dipenderà dalla capacità della comunità internazionale non solo di rinnovare i propri strumenti di mediazione, ma anche di ridefinire il senso stesso della cooperazione multilaterale, restituendo all’ONU un ruolo credibile nel governo della sicurezza globale.

 

Bibliografia

 

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Autore dell’articolo: Giulia Di Gennaro, graduate in International Relations with research experience at NATO Headquarters and the European Parliament in Brussels. Her interests include Middle Eastern politics, inter-organizational cooperation, peacekeeping, and human rights.

 

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Nota della redazione del Think Tank Trinità dei Monti

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