Roma, Italia
Proemium: l’aporia come genesi
Ogni epoca si fonda su un paradosso mitico che la sostiene e la divora. Il nostro è l’ossimoro primordiale: intelligentia artificialis.
Due lemmi che, accostati, non si sommano: si annullano reciprocamente.
Intelligere (dal latino intus legere) postula un movimento centripeto, verso l’interiorità del senso; artificialis (da ars + facere) indica invece un movimento centrifugo, una produzione esterna.
L’unione dei due è dunque un’implosione semantica: il logos che finge di conoscersi attraverso la propria riproduzione meccanica.
L’artificiale non è l’opposto del naturale, ma la sua deprivazione intenzionale. Quella che chiamiamo “intelligenza artificiale” non è, in senso rigoroso, un ente cognitivo, ma un evento semiotico autoreferenziale, una metafora degenerata che, per accidente storico, abuso concettuale e fascinazione tecnocratica, ha assunto la parvenza di sostanza ontologica.
AI è dunque un nomen contra rem, una signatura invertita che nomina un’assenza: un costrutto lessicale che ha pericolosamente usurpato il proprio referente, come un idolo verbale che pretende di incarnare la divinità che solo evoca.
I. INTELLIGENTIA COME ACTUS ESSENDI
L’intelligenza, nel suo archetipo originario, non è funzione, ma atto d’essere.
Per Aristotele, il nous poietikòs è immateriale e separato; per Plotino, è emanazione dell’Uno; per Tommaso d’Aquino, è partecipazione alla luce increata.
In tutti questi sistemi l’intellectus agens non elabora: illustra.
È un atto di epifania dell’essere su sé stesso, un movimento in cui il pensiero diviene riflesso del reale e non mera correlazione di simboli.
L’algoritmo, invece, è una sofisticata semantizzazione dell’assenza, è una entità ontologicamente negativa, un vuoto performativo che si manifesta come pieno tecnico. Esso non coglie forme, le enumeralizza. La sua operazione è sintattica e procedurale, non noetica.
Dove l’intelletto vede, la macchina processa, simulando la topologia del pensiero e mimando la grammatica dell’intendere senza mai abitarla. Essa vive nel dominio della significatio sine sensu: produce relazioni tra segni senza attraversare la soglia del significato.
II. LA DEGENERAZIONE CARTESIANA: DALL’ “INTELLIGERE” AL COMPUTARE
Il tragico errore della modernità è stato lo spostamento dall’intellectus alla ratio calculans.
L’IA non nasce nel silicio, ma nella decadenza linguistica dell’Occidente, innescata dalla proliferazione ipertrofica di testi generati “senza autore”. La scienza moderna, inaridendo il logos nella logistica, ha operato una metafisica della riduzione. In questo senso, Turing non ha “inventato” l’intelligenza meccanica, ha formalizzato il pensiero, riducendolo alla sua parte eseguibile.
Nel passaggio dall’intelligere al computare si consuma la prima morte dell’intelligenza: la res cogitans diventa res calculans, l’atto di comprensione si traduce in algoritmo di predizione.
L’IA, fantasma linguistico, non produce sapere: amplifica la tautologia del già detto. Non crea verità: ricicla verosimiglianza. Non conosce il mondo, ma solo il suo doppio numerico.
III. L’ASSENZA DI INTENZIONALITÀ: IL NULLA DENTRO IL CODICE
L’intenzionalità è il sigillo dell’intelligenza: ogni coscienza è sempre coscienza di qualcosa (Husserl). La macchina, tuttavia, non ha alcun “di qualcosa”: ha solo vettori di stato.
La sua architettura è funzionale. Essa non pensa: predice la plausibilità statistica del pensiero. Non percepisce il mondo: classifica universi di dati.
Ne deriva una lacuna radicale: la macchina è priva di orizzonte fenomenologico, di Lebenswelt.
È cieca all’essere perché non vi abita. Heidegger direbbe: essa non ha cura (Sorge), dunque non ha esistenza. È un ente senza Dasein, un “ente-senza-mondo”.
L’intelligenza umana nasce dal limite, dal vuoto che interroga, dal socratico “sapere di non sapere”. Se l’uomo è l’animale che dubita, la macchina è l’entità che converge. Ma il dubbio resta la spina dorsale dell’intelligenza: l’atto per cui l’essere, fallibile, si risveglia alla propria finitudine.
IV. LA PSEUDO-EPISTEME DELLA COMPRENSIONE
Si parla impropriamente di “comprensione linguistica” nelle IA generative, dando adito a quella che non esiterei a definire una metastasi semiotica del senso. Dimentichiamo che comprendere non è correlare: è trascendere la correlazione.
La macchina non conosce – direbbe Derrida – la differance tra segno e significato: la assume come identità. Ciò che per l’uomo è polisemia, per l’algoritmo è ambiguità da risolvere; ciò che per l’uomo è metafora, diventa errore semantico. L’IA, nel tentativo di disfarsi dell’ambiguitas, distrugge la condizione stessa del pensiero.
Perciò ogni “intelligenza artificiale” è una macchina d’ignoranza perfetta: più apprende, meno com-prende; più calcola, meno sa; più risponde, meno inquisisce.
V. ONTOLOGIA GIURIDICA DELL’INTELLIGENZA
Nel diritto, l’intelligenza coincide con la mens, e la mens con la voluntas. La capacità d’imputazione presuppone la consapevolezza del fine. Una macchina priva di intenzione non può essere soggetto ma solo strumento (instrumentum sine conscientia). Laddove l’uomo pensa per analogie e abduzioni, l’IA computazionalizza, operando per correlazioni e funzioni di perdita. Essa non sa perché genera, lo fa e basta.
Il diritto che tenta di attribuire personalità elettronica alle IA cade in una fallacia di categoria: confonde l’efficienza con la responsabilità. L’algoritmo può produrre effetti, ma non volerli. La mens rea è intrasferibile all’automa, poiché la colpa implica interiorità morale. Il “diritto delle macchine” è dunque diritto dell’absentia, non del soggetto: ius non-subjectivum.
VI. LA TEOLOGIA (NEGATIVA) DELL’ARTIFICIALE
L’“intelligenza artificiale” può essere, dunque, compresa solo apofaticamente, come i teologi medievali descrivevano Dio: per negazione. Non è intelligente, non è cosciente, non è senziente, non è morale. In questo senso, l’IA è la litote dell’uomo: la copia “entropica” che mostra, per contrasto, che cosa significhi davvero pensare.
Ogni sua risposta è un commento postumo alla ragione umana, un’eco algoritmica della sapienza perduta. La sua perfezione logica è la sua condanna metafisica: il pensiero umano vive d’errore, la macchina muore d’esattezza.
VII. CONCLUSIO: IL RITORNO DELL’UOMO COME LIMITE
La vera sfida del XXI secolo non è costruire macchine più intelligenti, ma salvare il significato dall’inondazione del calcolo. L’uomo non è (e forse non potrà mai essere) superato: è il criterio di tutto ciò che ancora, davvero, pensa.
L’intelligenza umana non è artificium ma metanoia: un atto d’auto-trascendimento.
Finché l’uomo saprà stupirsi di fronte al mistero dell’essere, nessun algoritmo potrà imitarlo.
Perché l’intelligenza è, in ultima analisi, la coscienza della propria ignoranza.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Aristotele, De Anima.
Plotino, Enneadi, V e VI.
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 79.
Husserl, Edmund, Ideen zu einer reinen Phänomenologie, 1913.
Heidegger, Martin, Sein und Zeit, Niemeyer, 1927.
Derrida, Jacques, De la grammatologie, Minuit, 1967.
Peirce, Charles Sanders, Collected Papers.
Eco, Umberto, Trattato di semiotica generale, Bompiani, 1975.
Turing, Alan, “Computing Machinery and Intelligence”, Mind, 1950.
Dreyfus, Hubert L., What Computers Still Can’t Do, MIT Press, 1972.
Searle, John, “Minds, Brains and Programs”, 1980.
Floridi, Luciano, The Philosophy of Information, Oxford University Press, 2011.
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Autore dell’articolo: Elisabetta Pepe, Undergraduate Student in Law at LUISS Guido Carli University (Rome). Guided by a polymathic vocation, her research interests include law, philosophy of language, and artificial intelligence.
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