Il caso dei migranti ambientali: correlazione tra il cambiamento climatico e le migrazioni

di Young Think Tanker - 30 Aprile 2021

    from Rome, Italy

DOI10.48256/TDM2012_00195

Overview:

Il cambiamento climatico rappresenta una delle sfide principali a cui è sottoposto il nostro pianeta e con esso la società del 21° secolo. Il problema ha investito e influenzato la politica, l’economia, la vita sociale e inevitabilmente anche il processo di migrazione, da sempre presente nella vita dell’essere umano (Cesareo, 2015).

Il cambiamento climatico e cambiamenti socio-economici che da essi dipendono, hanno avuto un significativo impatto sulle migrazioni: mancato accesso all’acqua, perdite nella produzione agricola, effetti sulla salute umana, sono stati fattori che nell’ultimo trentennio hanno spinto gruppi di individui a spostarsi. Tra i motivi principali bisogna ricordare l’innalzamento dei livelli del mare, costituendo una vera e propria minaccia agli stati insulari e alle zone costiere. Alcuni studi hanno infatti dimostrato che sia l’Europa sia zone ad alta densità di popolazione come il Sud est asiatico appaiono maggiormente vulnerabili (Paramijt Singh J., Jolly S., 2013).

Allo stesso modo, appare rilevante il processo di desertificazione che sta colpendo alcune aree del mondo, portando all’abbandono di territori aridi e poco abitabili. UNHCR (2020) evidenzia che la resilienza delle comunità davanti ad eventi climatici estremi, è solitamente più bassa in presenza di conflitti o situazioni ostili: nel 2019 guerre e cambiamenti climatici hanno dimostrato un aumento delle crisi alimentari peggiori al mondo.

 

Comprendere le migrazioni ambientali:

Come sottolinea l’OIM (2019), bisogna chiarire alcuni punti affinché si possa capire a pieno il concetto di migrazione ambientale. Da un lato è infatti vero che i fattori ambientali hanno da sempre influenzato le migrazioni agendo come fattori pull (espulsione) da un determinato paese: si vengono a creare quindi situazioni sia di migrazioni forzate sia di migrazioni volontarie, sia permanenti che temporanee. Appare difficile inoltre separare completamente la sfera prettamente ambientale da quella sociale ed economica, dal momento che talvolta tendono a essere strettamente connesse, influenzandosi reciprocamente. 

Nella definizione proposta dall’OIM (2019), “i migranti ambientali sono persone o gruppi di persone che, principalmente per motivi di cambiamento improvviso o progressivo dell’ambiente che influisce sulle loro vite impattando in maniera negativa, sono obbligati a lasciare (o scelgono di lasciare) le proprie abitazioni abituali, temporaneamente o definitivamente, spostandosi all’interno del proprio paese o all’estero”. Si tratta di una definizione ampia che consente di inserire quindi varie situazioni: migrazioni individuali, collettive, interne, internazionali. Essa non dev’essere considerata come fattore negativo o positivo in toto: piuttosto la si può vedere, da una parte, come un driver per costruire la resilienza dei migranti, dall’altra causa anche di vulnerabilità.

Il termine rifugiato climatico (o rifugiato ambientale) viene invece utilizzato da media e attivisti con l’intento di evidenziare la correlazione tra disastri ambientali e migrazioni. Tuttavia, nonostante tale categoria possa essere simile, per bisogni e background, a quella di altri rifugiati, essa non rientra pienamente nel framework giuridico esistente. Anche organizzazioni internazionali, quali UNHCR e OIM sono concordi nel fatto che bisognerebbe evitare espressioni fuorvianti come rifugiato ambientale: tale espressione farebbe percepire la migrazione come forzata e unicamente verso un altro paese (OIM, 2019).

 

I migranti ambientali nel framework giuridico:

I diritti umani e i cambiamenti climatici appaiono dunque estremamente connessi. Gli impatti derivanti dai disastri ambientali si manifestano soprattutto nei paesi con criticità e instabilità interne, in cui la protezione dei diritti umani appare debole. E’ bene notare che talvolta tali popolazioni, sembrano non avere mezzi o risorse necessari per comprendere a pieno gli effetti dei disastri ambientali: anche le attività di lobby  e pressione sui governi appaiono pertanto deboli. Mancano talvolta anche risorse e metodi da utilizzare per i processi di adattamento e mitigazione, probabilmente come conseguenza della propria condizione economica di partenza. 

Tuttavia si sono fatti passi in avanti nell’ambito delle politiche da adottare: varie risoluzioni delle Nazioni Unite, come la RES 10/4 sottolineano la necessità di assicurare la promozione e la tutela dei diritti umani. Diritto alla vita, all’autodeterminazione, diritto a risorse idriche e cibo, diritto alla salute: diritti che possono essere minacciati dagli effetti disastrosi del cambiamento climatico (Paramijt Singh J., Jolly S., 2013).
Dal punto di vista puramente giuridico ai migranti ambientali non è riservato lo status di rifugiato: coloro che subiscono gli effetti negativi del cambiamento climatico non avrebbero diritto effettivo di trasferimento in altro luogo, neanche se questa fosse una scelta forzata. Le leggi emesse da ogni singolo stato inoltre non prevedono delle disposizioni che facilitano le migrazioni dovute a motivi ambientali; inoltre non sono previsti  dei finanziamenti internazionali e assistenza monetaria in caso di ricollocazione (Leal-Arcas, 2012). 

Tale problema rappresenta certamente una grande sfida per la comunità internazionale, la quale dovrà cercare di ridefinire la nozione di rifugiato o creare una categoria giuridica ad hoc che includa a sua volta gli effetti del cambiamento climatico. La governance multilaterale deve dunque tenere conto del problema ambientale e climatico nella definizione di strategie che regolino le migrazioni (Podesta J., 2019).

 

Focus su Tuvalu:

Uno dei casi più conosciuti è certamente quello delle isole situate nell’Oceano Pacifico. Tuvalu è un’isola situata nella parte sud-occidentale, comprende nove atolli, caratterizzato da clima caldo e umido e alterna stagioni di piogge e di siccità. Secondo il report della United Nations University Institute for Environment and Human Security (2016), il contesto socio-economico del paese ha sofferto diversi shock: nel 2010 il 26% della popolazione viveva sotto la soglia nazionale di povertà; i processi di import ed export appaiono più costosi per via della posizione remota ed isolata dello stato; in più anche la minaccia ambientale contribuisce a fare pressione sull’economia nazionale. 

Fonte: Milan A., Oakes R., Campbell J., Tuvalu: climate change and migration, Relationship between household vulnerability, human mobility and climate change, Report no.18, 2016, p.36

Nel processo decisionale sulla migrazione da quest’area geografica, hanno rivestito particolare ruolo gli effetti dei cambiamenti climatici (Milan A., Oakes R., Campbell J., 2016): tra il 2005 e il 2015 infatti si è dimostrato che il 97% delle famiglie è stato investito da rischio ambientale e naturale. Si parla di siccità, piogge irregolari e abbondanti, innalzamento del livello delle acque marine, inondazioni.
Per questo motivo si è notato che proprio in quell’arco temporale sono aumentate le migrazioni dall’isola di Tuvalu verso altre destinazioni. La maggior parte degli spostamenti è oltreoceano; seguono poi spostamenti  relativamente meno distanti, verso le isole Fiji, l’Australia e la Nuova Zelanda. 

Le migrazioni, sia interne che internazionali, dunque sono viste come una possibile strategia di adattamento e mitigazione dei cambiamenti che coinvolgono l’ambiente. Il report mette in luce le spinte che incentivano gli spostamenti: ricerca di nuove opportunità lavorative, migliore accesso a cibo e acqua, allontanamento da fenomeni climatici estremi.

Il Global Compact for Migration:

La complessità della migrazione correlata ai fattori ambientali ha portato all’adozione, nel 2018, di un documento nell’ambito delle Nazioni Unite: come sottolinea l’OIM, il Global Compact for Migration rappresenta uno strumento importante per la gestione delle migrazioni a livello globale. Questo Patto simboleggia una strategia di gestione migratoria sostenibile tramite il dialogo multilaterale, l’uso di best practices, il raggiungimento di obiettivi e obblighi statali. Lo scopo è la gestione delle migrazioni in maniera sicura e regolare, riducendo le vulnerabilità derivanti dalle migrazioni irregolari, promuovendo un approccio “human rights based”. 

Esso riconosce l’impatto del cambiamento climatico e ambientale sul processo migratorio e rileva una causalità tra i due fenomeni: esso si inserisce negli obiettivi fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, riconoscendo la multidimensionalità del fenomeno migratorio e la correlazione con lo sviluppo sostenibile. Tra gli obiettivi principali del Patto si riscontra la creazione di strategie di mitigazione e adattamento ad eventi di lenti o improvvisi disastri naturali; promozione di cooperazione tra i paesi per far fronte a migrazioni dovute a disastri ambientali con pianificazioni  di situazioni emergenziali e piani di accoglienza; promozione di assistenza umanitaria adeguata che soddisfi bisogni e diritti dei migranti.

Prospettive future:

Per far fronte alla questione migratoria correlata alle problematiche ambientali sono state avanzate una serie di proposte sia a livello globale che regionale. Dal punto di vista internazionale sono stati proposti approcci basati sulla protezione dei rifugiati o sulla protezione degli sfollati interni; tuttavia questi approcci non riescono ad affrontare la complessità e la difficoltà derivante dalle circostanza in cui si verificano questi tipi di migrazione (Mence, Parrinder, 2017). Si è pensato di utilizzare l’obbligo di non refoulement come forma di protezione dei migranti ambientali: si considererebbe pertanto la deprivazione socio economica derivante da disastro ambientale come un trattamento inumano o degradante. Nella pratica tuttavia non trova riscontro l’applicazione di questo provvedimento, poiché si deve trattare di danno subito “sufficientemente grave ed imminente”: talvolta invece questo tipo di migrazione è dovuto a cambiamenti climatici o disastri ambientali ad insorgenza piuttosto lenta.

A livello regionale e nazionale sono state implementate diverse politiche e provvedimenti ad hoc: in Finlandia e in Svezia ad esempio sono stati adottati dei documenti che “forniscono protezione temporanea a seguito di sfollamento dovuto a conflitto armato, situazione di violenza o disastro ambientale”(p.325). Tuttavia per le istituzioni politiche sarà una vera e propria sfida attuare strategie efficaci che tengano conto dei vari fenomeni relativi all’ambiente e al clima: proprio per la multidimensionalità della questione migratoria si auspicano meccanismi di coordinamento e cooperazione tra entità statali, così da fornire risposte adeguate ad un problema sempre più evidente (Mence, Parrinder, 2017).
Appare infine necessario espandere la definizione e la categoria di “rifugiato” nel quadro legale, cosicché i migranti ambientali possano essere supportati a livello internazionale (IOM, 2008).

 

Bibliografia (B-L):

Bibliografia (M-U):

 

 

 

Autore dell’articolo*: Alessandra Spadafora, Dottoressa in Relazioni Internazionali presso l’Università LUMSA di Roma.

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Nota della redazione del Think Tank Trinità dei Monti

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