Comunicazione di crisi e pandemia di coronavirus

di Eugenio Cavalieri - 30 Aprile 2020

Roma, Italia

Comunicazione di crisi e pandemia di coronavirus

Introduzione

L’11 marzo 2020, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato il nuovo coronavirus pandemia globale. Il virus Sars-CoV-2 ha aperto la nuova decade mettendo in ginocchio popolazioni, governi ed aziende di tutto il mondo. La conseguente crisi politica, economica e sociale ha interessato l’intero sistema globale, scatenando timori sulla stabilità del sistema internazionale stesso e sottolineando ulteriormente la grave rottura tra governati e governanti.

A fronte di questa generale e condivisa condizione di “trauma globale” (Pfeifer, 2020), la leadership politica internazionale ha offerto modalità e tempistiche di risposta assai diverse, causando ulteriore sconcerto sulle più appropriate modalità di risposta alla corrente pandemia.

Il ruolo di guida che gli Stati Uniti hanno avuto per decenni è venuto meno, sollevando au contraire, diversi interrogativi sul tempismo e sulla moralità delle decisioni del Presidente Donald Trump. Allo stesso modo, l’ormai accertato silenzio da parte di Pechino sulla veritiera data di inizio del contagio, oltre che sul reale numero di contagiati e deceduti, ha creato ulteriori dilemmi nel comprendere la vera portata e natura della pandemia stessa.

Il fattore comune a queste due strategie di comunicazione ed azione è uno: la capacità e volontà di presentare una condizione di controllo di una crisi attraverso l’omissione e smentita di notizie di diversa natura.

La seguente analisi presenterà le fondamenta delle strategie comunicative in situazioni di crisi, prendendo a titolo di esempio non esaustivo i governi statunitense e cinese.

Comunicazione e gestione della crisi

A fronte di una qualsivoglia condizione di emergenza o di crisi, la comunicazione da parte delle istituzioni nazionali ed internazionali è di cruciale importanza. L’efficacia di una strategia di comunicazione, soprattutto in caso di emergenze sanitarie, dipende in egual misura dall’inclusività ed accuratezza delle informazioni diffuse. Per contrastare la complessità dei problemi generati da una crisi – spesso denominati da esperti del settore quali Wicked Problems (Webber, 1973) – velocità di reazione e chiarezza nella comunicazione sono regole auree.

Oltre a dimostrare una pronta risposta sul campo, è essenziale che i leader siano in grado di fornire una narrazione esplicativa su quanto avvenuto. In tal modo, una comunicazione fattuale della crisi non pone alcun ostacolo tra popolazione e governo, permettendo quindi di dare spazio ad empatia e progettualità, elementi che trasmettono l’importanza sia dei nuovi paradigmi sociali che degli impegni politici della leadership. Il fine ultimo di questa esposizione è quello di modellare in maniera costruttiva il comportamento e la percezione del pericolo da parte della popolazione, aiutando al contempo a creare un significato collettivo alla condizione di crisi (Arjen Boin, 2016).

Questo fondamentale passaggio, spesso conosciuto come meaning-making, è critico nella gestione delle crisi ed in esso vengono combinati i vari strumenti scritti, verbali e simbolici della comunicazione politica (Brataas, 2018).

Tuttavia, vista l’invisibile e mutabile natura del nuovo coronavirus, tanto la leadership politica quanto la popolazione globale hanno faticato a dare un’identità ed un senso a questo nemico comune. Inoltre, la diffusione di messaggi disinformativi su social media e applicazioni di messaggistica hanno ulteriormente inficiato una giusta comprensione e percezione di questa pandemia.

Social media e comunicazione della crisi

Data la crescente centralità delle piattaforme di social media e l’esponenziale velocità delle informazioni stesse, la qualità delle notizie consumate da miliardi di persone è andata via via ‘estremizzandosi’ e calando (Center, 2018). Diversi studi hanno sottolineato mancanze di diverso tipo quali (i) tecniche, rappresentate ad esempio dalla mancanza di corretti standard algoritmici per revisionare i contenuti online. (ii) organizzative e relative alla privacy degli utenti, quali lo scandalo che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica. (iii) politiche, sottolineate dalle campagne di influenza digitale portate avanti da diversi governi (Menczer, 2018) (Jin, 2018) (Pomerantsev, 2019).

Questa abbondanza informativa presenta grandi opportunità per un vasto numero di attori che, in assenza di un’appropriata narrazione della crisi da parte delle istituzioni, cercano di presentare una lettura alternativa. Giornalisti, esperti indipendenti, rivali politici, ed il nuovo popolo dei social media sono tra i vari attori che cercano di conquistare una fetta dell’attenzione dell’utente medio e di presentare una propria versione dei fatti. Le istituzioni dovrebbero quindi assolutamente aspettarsi contro-narrazioni di ogni genere, soprattutto nelle “democrazie della sorveglianza” di oggi, dove il potere esecutivo viene letto, controllato e sfidato in maniera continua (Zuboff, 2019).

Nonostante la pronta reazione, in particolare da parte delle istituzioni internazionali, la vasta rete disinformativa ha penetrato pressochè qualsiasi società, arrivando a sottolineare come il paradosso della condivisione digitale – ove in assenza di spirito critico – possa portare a pericolose situazioni di estremizzazione.

Risposte autoritarie e democratiche alla pandemia di COVID-19

Al di là dell’importanza della vasta rete di disinformazione online, le risposte dei leader politici di alcuni paesi sono state contrassegnate da narrazioni basate su negazione e sfiducia nella scienza, oltre che da gesti di pura sfrontatezza e rifiuto delle regole sanitarie imposte alla propria stessa popolazione, come nel caso britannico (Myers, 2020).

Poiché possono usare misure coercitive molto più rapidamente, i governi autoritari sembrano poter avere un vantaggio sulle democrazie quando si tratta di affrontare una crisi. Tuttavia, è palese come le pandemie richiedano sforzi da parte dell’intera società, il che significa che il vantaggio dell’autorità politica entra in gioco solo quando il pugno di ferro indossa un guanto di velluto. Conseguentemente, da un punto di vista sociale, ciò significa che nonostante la repressione delle libertà personali, le popolazioni tenderanno a sopportare unicamente una condizione di quarantena aggressiva, e non altre condizioni coercitive all’infuori di situazioni di emergenza.

In maniera opposta, i governi democratici sono tendenzialmente inclini a presentare narrazioni veritiere e rispettose della comune condizione di emergenza, come notato dalle risposte di Singapore, Nuova Zelanda e Corea del Sud. Le rapide, decise e trasparenti risposte da loro poste in essere hanno dimostrato come una soluzione efficace ad una pandemia globale possa esistere anche a dispetto di cultura, grandezza della popolazione e forma di governo (Tom Phillips, 2020) (Rasheed, 2020) (Robson, 2020).

Cina

Nella Cina di Xi Jinping, dove il virus è stato inizialmente individuato alla fine di Dicembre 2019, le autorità sono accusate dalla comunità internazionale di aver insabbiato la nascente pandemia e di aver punito coloro che hanno dato l’allarme. In aggiunta, il governo cinese ha successivamente incolpato gli Stati Uniti di aver creato in laboratorio gli agenti patogeni che hanno causato la pandemia stessa, cercando di trovare un colpevole alle proprie lacune organizzativo-sanitarie (Canyon, 2020).

A fronte di una narrazione della crisi negazionista e di una reazione tardiva, il governo di Pechino ha implementato una severa risposta autoritaria. Nel caso cinese, la natura estremamente centralizzata dell’autorità politica ha portato prima ad una minimizzazione dialettica del rischio palesato dal virus e, successivamente, ad una netta soppressione della libertà di espressione e movimento, sottolineata anche dall’espulsione di diversi giornalisti americani. Similmente, diversi governi – tra cui quello turco, ungherese e tailandese – hanno utilizzato misure repressive contro giornalisti, attivisti ed operatori sanitari critici della risposta sanitaria ed organizzativa dei propri governi (Roth, 2020).

Nonostante i segnali positivi dati dagli sforzi del governo cinese nel contenimento della pandemia, altre nazioni sono state riluttanti od impossibilitate a seguire questo duro esempio. La Cina è tra le poche nazioni che può agire con velocità e su grande scala per mezzo di un alto tasso di ‘obbedienza civile’ imposto dall’alto, variabili che, per molte democrazie, sono difficilmente ottenibili.

Attualmente, nonostante le condizioni stiano lentamente migliorando, il governo di Pechino si ritrova a dover fronteggiare diversi problemi, tra cui il malcontento sociale che continua a serpeggiare online, la crescente pressione da parte della comunità internazionale per ottenere un’esposizione veritiera di quanto accaduto, un’economia in piena discesa e la flebile, seppur pesante, presenza del virus in alcune regioni.

Stati Uniti d’America

Negli Stati Uniti, il Presidente Donald Trump ha inizialmente ridicolizzato la gravità della minaccia, prevedendo che il virus sarebbe presto ‘scomparso’ e liquidando le crescenti preoccupazioni come fake news prodotte e disseminate da parte di rivali politici. La volontà di politicizzare la pandemia sia in politica interna che in politica estera ha portato il Presidente Trump verso una comunicazione altalenante, confusionaria e negazionista.

Inoltre, la risposta a livello federale non è stata solamente tardiva, ma anche incredibilmente impreparata, soprattutto a fronte delle tragiche condizioni in cui altri paesi sviluppati – tra cui Italia e Corea del Sud – già versavano da tempo. 

A dispetto di quanto si è potuto notare in molte altre democrazie, dove coesione e supporto si sono presto allargate a macchia d’olio, negli Stati Uniti il presidente americano è riuscito a frammentare la nazione e ad inimicarsi sia i media, che molti governatori di entrambe le fazioni politiche. La completa negazione di responsabilità ed azione da parte del governo federale può essere considerata il potenziale epitaffio della presidenza di Donald Trump, a maggior ragione a fronte dell’instabile stato economico-sociale in cui oggigiorno versano gli Stati Uniti d’America. 

Conclusione

Sebbene sia pressoché impossibile ottenere una perfetta risposta politica, sociale od economica ad una crisi, la presente pandemia di COVID-19 ha evidenziato mancanze strutturali nella comunicazione di molti governi. Sia presa individualmente che collettivamente la risposta è stata debole ed imprecisa, con pochi e rari casi di eccellenza comunicativa e strategica. In un quadro d’insieme, il comune denominatore riguardante molti governi è rappresentato da una mancanza di una voce unica, trasparente e chiarificatrice per i propri cittadini.

Dalle ‘imprecisioni all’italiana’ nel rispetto delle politiche di quarantena, alla disinformazione russa passando per il negazionismo americano, la pandemia di COVID-19 rappresenta a pieno la crisi del sistema autoritario e comunicativo a livello globale. Infine, vedere come la leadership degli Stati Uniti, calante bastione della democrazia, abbia risposto a questa crisi in maniera fin troppo simile all’autoritario governo cinese dovrebbe considerarsi un campanello d’allarme che non lascia presagire nulla di buono.

 

Bibliografia

Arjen Boin, P. ‘. H. E. S. a. B. S., 2016. The politics of crisis management. 2nd ed. Cambridge: Cambridge University Press.

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Zuboff, S., 2019. Il capitalismo della sorveglianza. 1st ed. Rome: LUISS University Press.

 

 

Autore dell’articolo *Eugenio Cavalieri, esperto di sicurezza internazionale e cibernetica del Think Tank Trinità dei Monti. Dr. in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna ed in Crisis and Security Managment presso l’Università di Leiden.
Come sempre pubblichiamo i nostri lavori per stimolare altre riflessioni, che possano portare ad integrazioni e approfondimenti.

* i contenuti e le valutazioni dell’intervento sono di esclusiva responsabilità dell’autore.

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