Il nuovo ruolo delle imprese: dal profitto allo shared value

di Young Think Tanker - 31 Maggio 2021

 from Bruxelles, Belgium

“La Fabbrica non può guadagnare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi e democrazia”. – Adriano Olivetti.

 Dalla rivoluzione industriale, il concetto di profitto economico e quello di benessere sociale si sono sviluppati su due binari diversi senza possibilità di congiunzione. In netta antitesi con la comunità, le imprese hanno assunto una connotazione negativa. I loro valori infatti erano riconducibili solamente al profitto stesso e per questo in contrasto con quelli comunitari. Ci siamo abituati a pensare che il business sia il male, la causa della distruzione del pianeta. Ed invece oggi è proprio il business la soluzione ai grandi problemi sociali. Dall’utopismo di Olivetti, che auspicava ad un ruolo più sociale per la vecchia “fabbrica”, ad imprese responsabili pioniere di modelli di business sostenibili. Oggi le imprese lo sanno bene: non c’è business senza etica e valore condiviso.

Il superamento del pensiero economico neoclassico ha completamente rivoluzionato il mondo del business. Oggi il legame tra benessere sociale e successo economico è funzionale allo sviluppo della società stessa. Infatti, le grandi imprese sono protagoniste del cambiamento e fondamentali per raggiungere obiettivi di sviluppo comune. Assumendo un ruolo sempre più rilevante per la comunità, gli stessi stati riconoscendone il potenziale hanno cercato di spingere le imprese verso la stessa direzione.

Ripercorriamo le tappe fondamentali che hanno portato alla rivoluzione del concetto di profitto, dalla mera nozione economica al nuovo modello vincente dello shared value.

 

Corporate social responsibility

 Il primo passo verso il cambiamento si concretizza con l’introduzione del concetto di Corporate social responsibility (Csr). Nel 1953 l’economista americano Howard R. Bowen pubblica un articolo dal nome “Social Responsibility of BusinessMan”. Per la prima volta, si inizia a questionare il ruolo che le imprese dovrebbero assumere e quali responsabilità sia lecito aspettarsi.

Una delle definizioni più considerevoli ed influenti è stata elaborata da Archie B. Carrol nel 1991. Per chiarire il concetto, egli delinea “una piramide delle quattro responsabilità del business”. Alla base vi è il profitto, non considerato però in un’ottica di lungo periodo. Al secondo posto Carrol pone il dovere da parte dell’impresa di adeguarsi e di rispetta le leggi statali, introducendo così la moderna nozione di isomorfismo normativo. Al terzo gradino vi è l’etica intesa proprio come la morale non delineata da leggi scritte e che è alla base di ogni azione umana. Infine, in cima l’economista pone la responsabilità filantropica, ovvero la Csr, definita come l’impegno sociale di restituire alla società ciò che viene ricavato dal business. Tuttavia, al tempo si faceva riferimento a donazioni, più in generale all’azione caritatevole che l’impresa decideva volontariamente di assumere nei confronti della società.

La Commissione Europea ha definito nel 2001 la Csr come: “l’integrazione volontaria, da parte delle imprese, delle preoccupazioni sociali e ambientali nelle loro operazioni”. Successivamente, l’UE con la Comunicazione n.681 del 2011 ha  istituzionalizzato il concetto come: “la responsabilità delle imprese per gli impatti che hanno sulla società”. In Italia, la Csr è disciplinata dall’articolo 41 della Costituzione, secondo il quale l’attività economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Inoltre la legge determina i programmi e i controlli opportuni affinché l’attività economica pubblica e privata possano essere indirizzate a fini sociali.

 

Lo shared value

Lo shared value è un concetto creato nel 2011 dall’economista Michael Porter. Con la traduzione di valore condiviso, si fa riferimento alla creazione di un valore che sia condiviso non solo dall’azienda in questione, ma dall’intera comunità. Più nel dettaglio, si concretizza nella possibilità di creare valore economico per l’impresa attraverso la produzione di benefici per la società e per l’ambiente. Questo concetto si fonda sull’assunto che vi sia un collegamento diretto e funzionale tra benessere sociale e successo economico. Ma perché lo shared value compie un ulteriore passo in avanti rispetto alla Csr? La creazione di valore condiviso non consiste nella redistribuzione dei profitti dell’impresa a cause sociali, non si tratta più di “charity”. Lo shared value consiste nel fornire alla società gli strumenti e le conoscenze necessarie per migliorare la propria condizione e creare valore essa stessa.

È proprio questa la novità. Creare un obiettivo comune capace di unire tutte le parti del tessuto sociale, una via condivisa in sinergia da realtà pubbliche e private. Al centro del processo decisionale aziendale non ci saranno più solamente gli shareholders, ma tutti gli stakeholders del panorama istituzionale e non. Si sancisce così il passaggio dallo share value, valore per gli azionisti, allo shared value, valore condiviso. Il valore del profitto non si esaurirà più nel mero ricavo immediato, ma soprattutto del valore prodotto per l’impresa e per tutti gli stakeholders nel medio-lungo periodo.

Negli ultimi decenni la maggior parte degli attori politici, ha cercato di incentivare il mondo delle imprese ad andare oltre la sola ricerca del profitto, cogliendone il potenziale.

 

Le imprese come artefici del progresso sociale

Ad oggi il ruolo delle imprese consiste nell’investire le risorse dell’azienda in azioni ad impatto sociale condivise dall’intera comunità. Sono le imprese stesse a concretizzare i valori sociali. Bisogna riconoscere che il web ha svolto un ruolo fondamentale nell’accelerazione di questo processo, in quanto ha reso possibile un danno immediato di immagine per le aziende “irresponsabili”.  Ormai lo spostamento dei consumatori verso il valore non permette più alle imprese di avere comportamenti scorretti, poiché il danno economico sarebbe troppo ingente. Creando valore condiviso, la reputazione dell’azienda non può che migliorare. In questo modo il consumatore si fidelizza e diventa esso stesso più responsabile, creando così un circolo vizioso positivo per tutti.

Gli stati hanno scelto di investire nelle imprese, considerandole come la chiave di volta per raggiungere ambiziosi obiettivi. Ormai non esiste realtà migliore per questo fine. Basti pensare alle ingenti risorse di cui dispongono e alla “pragmaticità” che le contraddistingue. Colossi come Amazon o Enel, possono essere la soluzione e gli artefici del progresso sociale. Muovendosi nella stessa direzione le imprese dispongono oggi degli strumenti necessari per risolvere problemi di portata globale quale il cambiamento climatico.

 Le istituzioni hanno il compito di delineare il quadro normativo nel quale muoversi e gli obiettivi di sviluppo comuni da raggiungere. Le imprese hanno il compito, invece, di seguire il trend istituzionale e di attuare e concretizzare gli obiettivi stessi. Alla politica gli atti, alle imprese i fatti. I vantaggi sono doppi e giovano ad entrambi. Da una parte il pubblico possiede la garanzia dell’attuazione delle riforme implementate, dall’altra la controparte privata trasforma il profitto in consenso. Un impegno costante ed attivo verso il territorio e la comunità genera nei cittadini un rispetto che inevitabilmente si tradurrà in maggiori profitti, duraturi nel tempo.

 

Bibliografia 

 

Autore dell’articolo*: Costanza Maria Piciollostudentessa del  Master of Public Policies alla LUISS Guido Carli. Studentessa di Master Relations Internationales Finalité Monde alla Université Libre de Bruxelles. Dottoressa in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza. 

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Nota della redazione del Think Tank Trinità dei Monti

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