Saper essere resilienti: tra stressors quotidiani e abilità di coping

di Young Think Tanker - 23 Dicembre 2021

 from Rome, Italy

Introduzione

Non c’è competenza senza umanità, doti relazionali e capacità di comunicare assertivamente. Nella vita di tutti i giorni, molto spesso ci concentriamo su ciò che vogliamo ottenere, su come dobbiamo agire, su chi vogliamo essere: sarebbe anche interessante però ragionare su come le esperienze, le situazioni, gli eventi stressanti, le dinamiche relazionali che viviamo nel quotidiano oltre ad insegnarci cosa vogliamo essere e cosa vogliamo in generale, ci insegnano più o meno direttamente quello che non vogliamo o come non vorremmo mai essere, accrescendo così il nostro bagaglio di valori personali. Ma qual è il discrimine che ci permette di riflettere su ciò?

Da circa vent’anni, è stata approfondita una prospettiva per cui si pone maggiore attenzione alla qualità di vita degli individui: difatti nella vita di tutti i giorni mantenere un adeguato livello di funzionalità nelle situazioni stressanti, nonché ripristinarla dopo periodi  e situazioni di stress più o meno intense, è una funzione che oltre ad essere di vitale importanza risulta essere anche un fattore protettivo del nostro benessere psicofisico (Fiorilli, Geraci, Grimaldi Capitello, Pepe, Chiatante, Pepe; 2015).

Definizione di resilienza

Riferirci alle nostre risorse positive, che garantiscono una sorta di “immunità” psichica, consente infatti di affrontare in modo efficace gli eventi negativi, diminuendo l’influenza degli eventi stessi. Più in particolare, parlare di resilienza significa rielaborare gli episodi problematici (o potenzialmente traumatici) grazie:

(Fiorilli et al., 2015)

Interazioni ambientali e resilienza

La resilienza tiene però necessariamente conto dell’interazione dell’individuo con l’ambiente, che inevitabilmente si compone di fattori protettivi e fattori di rischio: entrambi sono contesto dipendenti.

I fattori di protezione possono essere:

I fattori di rischio invece incarnano quelle circostanze che possono aumentare la probabilità di ottenere scarsi risultati, entro cui ricadono anche eventi stressanti. Walsh (2008) a tal proposito sostiene che essi, non essendo mai fissi, possono produrre esiti sempre diversi. Secondo la prospettiva di Benzies e Mychasiuk (2009), che si potrebbe definire di integrazione, si ritiene che proprio la concertazione di fattori protettivi e di rischio produca nell’individuo un aumento della fiducia nell’affrontare l’evento stressante (Fiorilli et al., 2015).

Il coping 

Il coping indica l’insieme degli sforzi cognitivi e comportamentali compiuti da un individuo per affrontare e gestire eventi stressanti. Vi sono quattro categorie di coping: quelle che muovono il soggetto a ricercare supporto, quelle che attivano il ritiro, quelle che servono a ridurre o evitare lo stress, quelle orientate al compito (Ayers et al., 1996; Seiffge-Krenke, 1995; Zimmer-Gembeck, Locke, 2007). Lazarus (1966) è stato il primo autore che ha introdotto la riflessione sui processi di coping: per l’autore, lo stress si genera a partire dall’interazione tra fattori psicologici e ambientali e sottolinea quanto processi emotivi, cognitivi e ambientali siano strettamente correlati, tali da consentire all’individuo trasformare la sua relazione con l’ambiente. L’ambiente a sua volta emette feedback in grado di influenzare cognitivamente la persona (Lazarus, Launier, 1978). 

Strategie di coping

I suddetti autori hanno approfondito strategie di coping centrate sulle emozioni, attraverso cui sono regolate le emozioni “negative”, e centrate sul problema, e più in particolare sul tentativo della sua risoluzione. In aggiunta ciò, va sottolineato anche come esistano strategie di coping orientate alla persona  e orientate al compito: rispetto alle prime, l’individuo fa riferimento ad altre persone se si trova di fronte ad un evento stressante, rispetto alle seconde l’individuo si impegna in attività sostitutive. In definitiva, l’individuo è un soggetto agente sugli eventi stressanti mediante strategie di coping emotive, cognitive e comportamentali.

Allo stesso modo è stato osservato che le modalità di coping possono essere volontarie ed involontarie per gestire lo stress, ed allo stesso modo comportamenti un tempo consapevoli possono diventare riflessivi (Fiorilli et al., 2015). Classificare in questo modo le modalità di coping però mostra un’unica grande carenza, e cioè di non tenere conto del fatto che esso non si manifesta mai allo stesso modo nelle persone; questo accade perché per coping si intendono globalmente delle strategie che si rivolgono a tanti diversi aspetti di un unico problema, e che si evolvono nel tempo. Endler e Parker (1990) hanno successivamente identificato strategie di coping orientate all’evitamento, che la persona utilizza per ridurre lo stress ritirandosi in un’attività che gli comporta un sollievo temporaneo: ne consegue che questa strategia comporta tra le altre la soppressione dei pensieri stressanti, minimizzare o negare l’evento.

Relazione tra coping e contesto

La prospettiva col tempo diventata dominante è diventata quella centrata sull’analisi dei contesti, che ha approfondito lo studio delle variabili situazionali: il modello più accreditato in tal senso è stato quello proposto da Lazarus e Folkman, secondo cui le strategie di coping sono processi dinamici che si generano dalle richieste situazionali dell’ambiente  e dalle risorse di fronteggiamento proprie del soggetto.

La teoria cognitivo transazionale di Lazarus e Folkman (1984;1987) sostiene che lo stress è la risultante del processo di valutazione dell’individuo e dell’ambiente. Ognuno affronta lo stress in maniera differente, secondo valutazioni ed adattamenti all’ambiente; allo stesso modo lo stress può definirsi tale quando le richieste, interne o esterne al soggetto, possono essere soverchianti o mettere alla prova le risorse adattive dell’individuo (Lazarus, 1966).

In tal modo, si distinguono tre livelli di valutazione cognitiva: 

Ne consegue che:

Eventi negativi e resilienza

Fare esperienza di eventi negativi secondo Tedeschi e Calhoun (1996) produce tre fondamentali cambiamenti adattivi e cioè:

(Fiorilli et al., 2015)

E’ interessante notare che focalizzare le proprie esperienze su sensazioni ed emozioni positive rende il soggetto più tollerante al dolore e allo stress (Tugade, Fredrickson; 2004).

Emozioni positive e resilienza

L’individuo cerca di mantenere le emozioni positive poiché questo risulta particolarmente adattivo nel mantenimento generale del benessere psicofisico, favorendo allo stesso tempo l’attivazione di strategie di coping efficaci. Le suddette emozioni costituiscono infatti una riserva personale di risorse disponibili a lungo (Fredrikson, 1998; 2000). Già Folkman riteneva che la coesistenza di emozioni positive e negative durante i periodi di stress potesse avere un ruolo adattivo: in particolare le emozioni positive costituirebbero una funzione “riparatoria” a livello psicofisiologico e sociale del danno dovuto allo stress. Più di recente, diversi autori sono concordi nel ritenere che le emozioni positive rendano il pensiero più flessibile (Isen, Daubman; 1984), più creativo (Isen, Daubman, Nowicki; 1987). Le emozioni positive dunque sembrerebbero implementare il contesto cognitivo personale e più genericamente migliorare i livelli di adattamento del contesto (Fiorilli et al., 2015).

Costruire la resilienza secondo l’APA

Oggi, l’American Psychological Association (https://www.apa.org/topics/resilience, 2020) ricorda che è possibile costruire la resilienza:

Conclusioni

In definitiva, il concetto di resilienza, in psicologia, fa riferimento al saper affrontare il cambiamento: in particolare equivale a saper fronteggiare la situazione di crisi attivando risorse ed energie per proseguire lungo una traiettoria di crescita e allo stesso modo coincide con la capacità di saper andare avanti per ristabilire un nuovo equilibrio, producendo un cambiamento significativo nella persona. 

Bibliografia

A-E

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Autore dell’articolo*: Chiara Spadafora, Dottoressa in Psicologia all’Università LUMSA di Roma e psicologa in formazione cognitivo comportamentale.

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