L’ONU in declino: tra missioni di pace e giochi di potere

di Trinità Dei Monti - 9 Dicembre 2025

  Roma, Italia 

 

Introduzione

Nel 1992, l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali pubblicò il rapporto An Agenda for Peace: Preventive Diplomacy, Peacemaking and Peacekeeping, delineando nuove strategie per garantire la pace a livello globale. Pur ribadendo la centralità del Consiglio di Sicurezza nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, il documento conferiva al contempo maggiore rilevanza alle organizzazioni regionali e internazionali, considerate strumenti capaci di alleggerire il “fardello” dell’ONU grazie al loro contributo operativo e diplomatico.

A oltre trent’anni da quel momento, la centralità dell’ONU appare oggi fortemente compromessa, soprattutto in Medio Oriente. La crisi strutturale dell’Organizzazione affonda le proprie radici già nella metà degli anni Novanta, a seguito dei fallimenti del peacekeeping in ex Jugoslavia, Somalia e Ruanda. Già allora, le operazioni erano segnate da scarsità di risorse umane, economiche e materiali, dall’incapacità degli attori internazionali di cooperare efficacemente e dai continui veti delle grandi potenze.

Gli episodi recenti, come le risposte particolarmente caute di alcune cancellerie occidentali di fronte alle crisi politiche e umanitarie in Medio Oriente, evidenziano un paradosso tanto significativo quanto inquietante: un’organizzazione nata per diffondere valori universalistici e diritti umani si ritrova spesso paralizzata dagli interessi dei suoi membri più influenti, trasformando l’interventismo umanitario in una pratica soggetta a esigenze di convenienza geopolitica.

Il ruolo storico dell’ONU in Medio Oriente e la crisi del modello originario

Storicamente, il Medio Oriente rappresenta uno dei teatri principali dell’azione dell’ONU. Non è un caso che, dopo la Risoluzione 181 del 1947 sulla spartizione della Palestina in due Stati – uno arabo e uno ebraico –, l’Organizzazione abbia dispiegato la sua prima missione di peacekeeping proprio per monitorare la situazione tra israeliani e palestinesi.

Nel corso dei decenni, numerose risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza hanno condannato le violazioni del diritto internazionale nei Territori Palestinesi Occupati e richiesto il ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967. Tuttavia, tali richiami hanno avuto un impatto limitato. Israele continua a dimostrare scarso interesse per un coinvolgimento sostanziale dell’ONU nel processo di pace e, in varie occasioni, ha ostacolato l’accesso delle agenzie umanitarie ai Territori Palestinesi Occupati.

Questa posizione risulta particolarmente influente in virtù del sostegno garantito dagli Stati Uniti, che hanno ripetutamente esercitato il potere di veto per bloccare risoluzioni considerate sfavorevoli a Israele. Dal 1972 Washington ha posto il veto su oltre quaranta bozze di risoluzione riguardanti il conflitto israelo-palestinese, segnando un record nella storia delle Nazioni Unite.

La comunità degli studiosi riconosce il ruolo potenzialmente imprescindibile dell’ONU nel processo di pace. Tuttavia, la realtà politica solleva interrogativi sempre più pressanti sulla possibilità di superare l’opposizione di Stati Uniti e Israele alla formula “due popoli, due Stati” e, più in generale, sulla capacità dell’ONU di incidere su un conflitto che rimane ostaggio delle dinamiche di potere globali.

Paralisi giuridica: l’impotenza di CIG e CPI nel nuovo ordine internazionale

Nel secondo dopoguerra, la maggior parte degli Stati membri ha sostenuto la creazione non soltanto dell’ONU, ma anche della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) – principale organo giurisdizionale delle Nazioni Unite – e, successivamente, della Corte Penale Internazionale (CPI), con l’obiettivo di limitare e sanzionare le violazioni del diritto internazionale. Mentre la CPI processa individui responsabili di crimini internazionali – genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimine di aggressione –, la CIG si occupa di risolvere controversie tra Stati, emettendo sentenze vincolanti solo per le parti coinvolte.

Questo sistema presenta tuttavia una debolezza strutturale decisiva: l’efficacia delle due Corti dipende dall’adesione volontaria degli Stati. È proprio qui che il meccanismo rivela la sua inefficacia nel contesto mediorientale. Alla CIG non aderiscono tre dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza – Cina, Russia e Stati Uniti – né altri Stati chiave della regione, come Israele, India, Iran, Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Pakistan, Iraq, Libia e Sudan. La situazione è analoga per la CPI: lo Statuto di Roma è stato ratificato da 125 Stati, ma conta 32 firme non ratificate e assenze significative nella regione mediorientale.

Nonostante nel 2024 la CIG abbia più volte dichiarato l’illegalità dell’occupazione israeliana e sconsigliato agli Stati membri qualsiasi forma di riconoscimento o sostegno, tali indicazioni sono rimaste prive di conseguenze. Israele non ha dato seguito a nessuna delle raccomandazioni della Corte.

Lo stesso vale per i mandati d’arresto emessi dalla CPI nel novembre 2024 contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant: decisioni rimaste senza effetti pratici poiché né Israele né gli Stati Uniti – non avendo ratificato lo Statuto di Roma – sono obbligati a collaborare con la Corte. La Camera preliminare della CPI ha comunque stabilito che la sua giurisdizione territoriale si estende alla Palestina e ha invitato i 125 Stati membri a eseguire i mandati relativi ai crimini di guerra e contro l’umanità commessi tra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024. Ad oggi, però, nessuno Stato ha proceduto.

Ancora una volta, la reazione degli Stati Uniti ha contribuito a orientare le posizioni di diversi governi occidentali. Donald Trump ha emesso un ordine esecutivo volto a punire la Corte, accusandola di accanimento improprio contro Stati Uniti e Israele, entrambi non firmatari dello Statuto di Roma.

In Italia, il Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha dichiarato che Netanyahu sarebbe il benvenuto in Italia, allineandosi alla posizione del Primo Ministro ungherese Viktor Orbán, il quale ha garantito l’ineffettività del mandato in Ungheria. Al contrario, Spagna e Regno Unito hanno espresso fin da subito la disponibilità a rispettare la decisione della Corte. Più caute Francia e Germania, che hanno ribadito il loro sostegno generale alla CPI senza però specificare se, in caso di visita, procederebbero all’arresto del Primo Ministro israeliano.

La reazione americana ha dunque influenzato anche questa volta la risposta di diversi governi europei, confermando la persistente fragilità degli strumenti giuridici internazionali nelle crisi mediorientali. Di fronte a questo quadro, la domanda che emerge con urgenza è se l’ONU possa ancora esercitare un ruolo significativo nel Mediterraneo allargato e nel conflitto israelo-palestinese.

Prospettive future: quale ruolo per l’ONU nel nuovo ordine mediorientale?

L’evoluzione del sistema internazionale lascia emergere alcune dinamiche che condizioneranno sempre più la capacità dell’ONU di incidere sulle crisi del Medio Oriente.

La prima riguarda il crescente ruolo, già anticipato da Boutros-Ghali nel 1992, di organizzazioni come l’Unione Europea, la Lega Araba o l’Unione Africana, sempre più sollecitate a supplire alle inefficienze del Consiglio di Sicurezza. Nonostante una crescente consapevolezza, da parte di molti Paesi arabi, dell’importanza di cooperare per affrontare sfide comuni, la frammentazione degli interessi geopolitici impedisce loro di assumere un ruolo realmente sostitutivo.

La seconda dinamica è rappresentata dalla competizione tra grandi potenze. Stati Uniti, Cina e Russia non si limitano più a esercitare il proprio peso politico sulle votazioni del Consiglio di Sicurezza, ma utilizzano il Medio Oriente come arena per affermare modelli di ordine internazionale incompatibili tra loro. Ne deriva un utilizzo sempre più frequente del veto, rispettivamente come strumento di pressione strategica o di blocco delle iniziative occidentali, svuotando ulteriormente la capacità decisionale dell’ONU e incentivando gli attori regionali a bypassare i meccanismi multilaterali.

La terza dinamica riguarda il ritorno dell’ONU a un ruolo prevalentemente umanitario e non politico. Negli ultimi anni l’Organizzazione è riuscita a mantenere una presenza significativa soprattutto attraverso le agenzie e i programmi che operano nel campo della protezione civile, dell’assistenza ai rifugiati e dello sviluppo. Se, da un lato, questa dimensione conserva un valore essenziale per le popolazioni colpite dai conflitti, dall’altro mette in luce la difficoltà dell’ONU nel rimanere un arbitro legittimato nelle dispute geopolitiche della regione.

Conclusione

Il declino dell’influenza delle Nazioni Unite in Medio Oriente non è un fenomeno improvviso, ma il risultato di un processo lungo oltre tre decenni, in cui il divario tra le ambizioni originarie dell’Organizzazione e la realtà geopolitica si è progressivamente ampliato, a causa dell’incapacità del Consiglio di Sicurezza di superare i veti dei membri permanenti – inizialmente concessi per assicurare la permanenza delle superpotenze nell’Organizzazione –, del disallineamento tra principi giuridici e comportamenti statali e della crescente competizione tra potenze globali.

In questo contesto, i margini di manovra dell’ONU nel conflitto israelo-palestinese appaiono drammaticamente ridotti. La paralisi del Consiglio di Sicurezza, l’inefficacia delle Corti internazionali e la politicizzazione delle missioni di peacekeeping impediscono all’Organizzazione di esercitare la funzione per cui era stata concepita: garantire la pace attraverso regole comuni e responsabilità condivise.

Ciononostante, il multilateralismo non è necessariamente destinato a scomparire. Il futuro dell’ONU in Medio Oriente dipenderà dalla capacità degli Stati membri di rinnovare il proprio impegno verso un ordine internazionale basato su norme condivise. In assenza di tale volontà politica, l’Organizzazione rischia di restare un attore marginale: essenziale sul piano umanitario, ma irrilevante su quello politico e giuridico. E la pace nella regione continuerà a dipendere non dal diritto internazionale, ma dagli equilibri mutevoli di un sistema internazionale sempre più competitivo.

 

Bibliografia

 

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Autore dell’articolo: Giulia Di Gennaro, graduate in International Relations with research experience at NATO Headquarters and the European Parliament in Brussels. Her interests include Middle Eastern politics, inter-organizational cooperation, peacekeeping, and human rights.

 

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Nota della redazione del Think Tank Trinità dei Monti

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