Rome, Italy
Introduzione
Nel dibattito pubblico occidentale, l’Iran è spesso rappresentato come un caso emblematico di repressione dei diritti individuali, in particolare di quelli delle donne. Questa lettura, pur fondata su alcuni elementi reali, tende tuttavia a semplificare un percorso storico più complesso, caratterizzato da avanzamenti e regressioni che si sono alternati nel corso del Novecento. In Iran, infatti, le stesse donne che oggi contestano il rigore morale e giuridico imposto dallo Stato hanno conosciuto, fino a pochi decenni fa, condizioni di maggiore libertà, soprattutto in ambito educativo, giuridico e professionale.
La nascita della Repubblica Islamica dell’Iran, nel febbraio 1979, a seguito della rivoluzione che rovesciò la monarchia dei Pahlavi, segnò una svolta profonda nella definizione del ruolo femminile nello spazio pubblico. La visione conservatrice e moralista di Ruhollah Khomeini, prima Guida Suprema del Paese, si tradusse in una serie di provvedimenti restrittivi, tra cui il divieto per le donne di accedere ad alcune facoltà universitarie, l’annullamento delle competizioni sportive femminili e l’imposizione dell’obbligo del velo per tutte le donne che intendessero uscire di casa. Quest’ultima misura fu immediatamente contestata da oltre centomila manifestanti nelle strade di Teheran, segnalando fin da subito la centralità della questione femminile nel nuovo assetto politico.
Proprio l’obbligo dell’hijab è divenuto, nel tempo, il simbolo più visibile e mediaticamente rilevante della condizione delle donne iraniane, alimentando l’indignazione dell’opinione pubblica occidentale. Tuttavia, ridurre il dibattito al solo tema del velo rischia di oscurare la portata più ampia della trasformazione avvenuta dopo il 1979. L’hijab rappresenta, infatti, più che un’imposizione in sé, il segno tangibile di un sistema di controllo politico, sociale e giuridico che investe l’intera esistenza femminile e che le donne iraniane contestano da oltre quattro decenni.
Dalla modernizzazione controllata alla Repubblica Islamica
Nei due decenni precedenti la Rivoluzione islamica, l’Iran dello Scià fu attraversato da profondi processi di trasformazione. A partire dal 1962, con la cosiddetta Rivoluzione bianca, Mohammad Reza Pahlavi avviò un programma di modernizzazione che comprendeva l’istruzione universale e obbligatoria, l’estensione dei servizi sanitari e l’ampliamento dei diritti politici delle donne, cui vennero riconosciuti il diritto di voto e l’eleggibilità parlamentare. In ambito familiare, la legge di protezione della famiglia del 1967 – poi rafforzata nel 1975 – limitò la poligamia, regolò il divorzio sottraendolo all’arbitrio maschile previsto dalla sharia e innalzò l’età minima per il matrimonio a diciotto anni. Nonostante queste riforme si collocassero nel solco già tracciato negli anni Trenta da Reza Shah, che aveva vietato il velo e aperto l’accesso delle donne all’università, esse finirono per colpire duramente gli interessi della nobiltà e del clero sciita, storicamente ostili alla modernizzazione e all’occidentalizzazione del Paese.
Inoltre, alla spinta riformista si accompagnò, paradossalmente, una gestione del potere sempre più autoritaria. La repressione sistematica dell’opposizione da parte della Savak, il sostegno occidentale al regime, la crisi economica e il contrasto tra nuovi costumi urbani e una società ancora profondamente ancorata all’Islam sciita alimentarono, alla fine degli anni Settanta, un vasto movimento di protesta che unì sinistre e forze religiose. In questo quadro, le politiche di emancipazione femminile promosse dallo Scià apparvero come interventi selettivi, concentrati sui ceti urbani privilegiati, e vennero concepite più come strumenti di controllo politico e di ridimensionamento del clero che non come un autentico progetto di trasformazione dei rapporti di genere.
Il ritorno dall’esilio di Ruhollah Khomeini segnò il definitivo predominio della componente islamista e, nel febbraio del 1979, la fuga dello Scià sancì la fine della monarchia e la nascita della Repubblica Islamica. Nonostante l’ampia partecipazione femminile alla Rivoluzione, il nuovo assetto politico comportò una drastica regressione dei diritti delle donne. Le politiche di islamizzazione adottate negli anni successivi abolirono alcune delle conquiste giuridiche più avanzate dell’epoca monarchica e neutralizzarono il protagonismo femminile nella vita pubblica: la legge di protezione della famiglia venne cancellata, l’età legale per il matrimonio abbassata fino a nove anni, alle donne sposate fu vietato proseguire regolarmente gli studi, mentre furono introdotte la segregazione di genere, l’obbligo dell’hijab nei luoghi di lavoro e l’esclusione delle donne dalla magistratura. L’adulterio e i rapporti sessuali fuori dal matrimonio divennero reati punibili con la lapidazione e la poligamia fu nuovamente consentita.
Ancora una volta, la ridefinizione dei ruoli di genere rispose più a esigenze di controllo politico che non a imperativi religiosi, rivelando significative continuità con la fase prerivoluzionaria: prime fra tutte, la strumentalizzazione della questione femminile come leva di legittimazione del potere e la persistente consapevolezza, da parte delle élite dominanti, del potenziale sovversivo della mobilitazione delle donne. È contro tale strumentalizzazione che si colloca il movimento delle donne in Iran, oggi sempre più consapevole e trasversale. Senza rifiutare l’Islam come fede o identità culturale, esso ne contesta l’uso politico in senso autoritario e patriarcale, aprendo uno spazio di conflitto che resta centrale per comprendere le dinamiche dell’Iran contemporaneo.
Donne e politica nell’Iran contemporaneo: tra repressione e mobilitazione
Mentre le proteste delle ultime settimane in Iran, legate alla persistente crisi economica, tornano a occupare le pagine dei giornali internazionali riportando l’attenzione sulla repressione e sul dissenso nel Paese, la condizione delle donne resta centrale per comprendere la tenuta del sistema politico in ogni sua sfumatura.
Le rivolte, gli arresti e le condanne degli ultimi anni evidenziano come la mobilitazione popolare innescata nel settembre 2022 dalla morte di Mahsa Amini non abbia modificato le disuguaglianze di genere strutturali, che continuano, invece, a costituire uno strumento di controllo politico e sociale. L’uccisione della ventiduenne curda, avvenuta il 16 settembre 2022 mentre si trovava sotto la custodia delle autorità per uso improprio del velo, ha dato origine alla più ampia ondata di proteste dai tempi della Rivoluzione del 1979. La mobilitazione, spontanea e priva di una leadership riconosciuta, si è rapidamente diffusa ben oltre Teheran, trasformando l’obbligo dell’hijab in un simbolo visibile di dissenso verso l’assetto politico e morale imposto dallo Stato. Le immagini di donne che si tolgono e bruciano il velo, amplificate e diffuse dai social network, hanno reso il movimento trasversale, inducendo le autorità a ricorrere a una repressione mirata e a un controllo sistematico di internet e delle piattaforme di comunicazione.
Con il passare dei mesi, la spinta delle piazze si è progressivamente ridimensionata: la violenza esercitata dagli apparati di sicurezza, l’uso della pena capitale in relazione alle proteste e il ripristino della polizia morale hanno segnato un freno alle mobilitazioni. A ciò si aggiungono i limiti strutturali del movimento, tra cui l’assenza di una leadership centralizzata, la difficoltà di costruire un messaggio unitario che integri rivendicazioni di genere, tensioni etniche e differenze sociali, e la distanza tra le mobilitazioni urbane e i settori più conservatori della società.
Tuttavia, il dissenso non si è esaurito. La crescente disobbedienza quotidiana rispetto alle norme sull’abbigliamento femminile indica come la repressione continui a colpire in modo selettivo le donne; emblematico il caso di Zahra Tabari, l’ingegnera iraniana a rischio di esecuzione per aver esposto uno striscione con lo slogan “Donna, Resistenza, Libertà”, gioco di parole rispetto all’originale “Donna, Vita, Libertà” – in curdo Jin, Jiyan, Azadî – divenuto popolare durante le proteste del 2022 contro il controllo statale sul corpo, sulla vita e sulla libertà delle donne. Il fatto che oltre quattrocento donne influenti abbiano chiesto pubblicamente il rilascio di Zahra Tabari, e che esperti indipendenti delle Nazioni Unite abbiano denunciato il caso come una violazione del diritto internazionale in materia di giusto processo e uso della pena capitale, conferma la centralità della questione femminile anche sul piano dei diritti umani.
Conclusione
A oltre tre anni dalla morte di Mahsa Amini, il quadro socio-politico iraniano resta segnato da una disuguaglianza di genere profonda e strutturale. Le difficoltà economiche legate all’elevata inflazione e alla persistente svalutazione del rial stanno mettendo a dura prova la tenuta del sistema, aggravando una crisi che non è soltanto finanziaria, ma anche sociale e politica. In questo contesto, la condizione femminile continua a rappresentare un indicatore sensibile della stabilità interna del Paese.
L’elevato livello di istruzione raggiunto dalle donne iraniane convive, infatti, con barriere sistemiche alla partecipazione economica e con una rappresentanza politica estremamente limitata, configurando una forma di segregazione istituzionalizzata che incide sulla legittimità stessa dell’ordine politico. Il dissenso emerso con forza nel 2022 non si è tradotto in un cambiamento immediato, ma permane come criticità strutturale, capace di produrre effetti nel medio-lungo periodo sulla coesione sociale e sulla resilienza delle istituzioni.
Oltre la questione del velo, emerge dunque una problematica più ampia, che riguarda il rapporto tra potere, diritti civili e cittadinanza. Le donne iraniane rivendicano spazi di libertà e partecipazione cercando di conciliare identità religiosa, legittimità culturale e rispetto dei diritti fondamentali. Per le autorità nazionali, tale dinamica rappresenta una sfida concreta, affrontata prevalentemente attraverso una logica securitaria; per la comunità internazionale, invece, il rispetto dei diritti delle donne si conferma non solo come imperativo etico, ma anche come parametro chiave per valutare la stabilità politica e la qualità della governance in Iran.
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Autore dell’articolo: Giulia Di Gennaro, laureata magistrale in Relazioni Internazionali, ha maturato esperienze di ricerca presso il Quartier Generale della NATO e il Parlamento Europeo a Bruxelles. I suoi interessi includono la politica mediorientale, la cooperazione interorganizzativa, il mantenimento della pace e i diritti umani.
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Nota della redazione del Think Tank Trinità dei Monti
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