Roma, Italia
Introduzione
Nella prima settimana di febbraio si sono tenuti, a Mascate, i primi colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti dal giugno 2025, quando la Casa Bianca aveva affiancato Israele negli attacchi contro i siti nucleari iraniani. L’aumento dell’escalation tra le due potenze è stato, almeno in apparenza, attribuito alla volontà americana di porre fine alla cruenta repressione del regime di Ali Khamenei nei confronti dei protestanti: tuttavia, nel corso dell’incontro, Washington ha rapidamente spostato l’attenzione sulla questione nucleare, trascurando la protezione dei cittadini iraniani. Dopo aver annunciato la propria intenzione di aiutare i manifestanti, infatti, il presidente Donald Trump ha dispiegato numerose unità della marina militare americana nel Golfo Persico, in aggiunta alle oltre 40mila truppe già presenti, concretizzando le minacce di un attacco imminente alla Repubblica Islamica.
Numerosi analisti osservano, tuttavia, che il vero pericolo non risiede tanto nel possibile attacco in sé, quanto nelle ripercussioni che si estenderebbero all’intero Medio Oriente: se la storia degli ultimi trentacinque anni ci ha insegnato qualcosa, è che difficilmente le tensioni in un’area geopoliticamente così complessa come il Medio Oriente si limitano al “solo” conflitto tra due Paesi. Un’offensiva americana nei confronti dell’Iran aprirebbe la strada all’instabilità in tutta la regione, già profondamente segnata dalla questione israelo-palestinese e da equilibri piuttosto fragili. Per questo, i Paesi arabi del Golfo e la Turchia hanno redarguito Trump rispetto ai potenziali effetti deleteri di un conflitto: l’Iran non rappresenta, infatti, un obiettivo isolato, ma un centro di connessioni regionali. In questa prospettiva, il rischio principale di un eventuale attacco è l’attivazione di una vera e propria reazione a catena, caratterizzata dall’estensione del confronto a più teatri, pressioni economiche e problematiche securitarie diffuse nello spazio regionale.
Parallelamente all’annuncio di un rafforzamento navale statunitense nelle acque persiche, la Repubblica islamica si prepara a uno scenario di confronto esistenziale, nel quale potrebbe reagire colpendo basi e forze americane nella regione o interferendo con le rotte energetiche del Golfo. La chiusura dello spazio aereo iraniano, l’avvicinamento di unità navali statunitensi, l’evacuazione di personale dalle basi in Qatar e l’apertura dei rifugi in Israele hanno rafforzato la percezione di un’imminente escalation.
Lo spettro della reazione a catena: energia, sicurezza e vulnerabilità regionale
In questo quadro, gli Stati del Golfo risultano particolarmente esposti. La centralità dello Stretto di Hormuz, dal quale transita il 20% circa delle spedizioni petrolifere globali, rende l’area estremamente vulnerabile a qualsiasi interruzione della sicurezza marittima e delle rotte commerciali. Un conflitto avrebbe effetti immediati: volatilità dei prezzi energetici, aumento dei costi assicurativi, interruzione delle catene di approvvigionamento e fuga di capitali verso mercati percepiti come più stabili. Tale aspetto risulta particolarmente rilevante se si considera che l’Iran costituisce il quarto maggior produttore dell’OPEC e che, per le monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo, petrolio e gas non costituiscono soltanto risorse economiche, bensì un vero e proprio presupposto della stabilità finanziaria e del funzionamento dei servizi pubblici. Le loro riserve rispetto a un attacco americano non derivano, dunque, da un avvicinamento politico a Teheran, né da un distacco da Washington: si tratta, piuttosto, di una vera e propria valutazione strategica di costi e benefici. L’esperienza delle guerre in Medio Oriente ha più volte mostrato come l’alterazione forzata degli equilibri possa generare instabilità prolungata e indebolimento istituzionale. La preoccupazione riguarda innanzitutto la possibilità di ritorsioni dirette contro i Paesi che ospitano basi statunitensi, dall’Arabia Saudita alla Turchia, oltre che contro Israele, poiché Teheran ha lasciato intendere che tali Stati potrebbero diventare obiettivi in caso di raid americano. A ciò si aggiunge, poi, il timore di uno shock energetico e di un’ulteriore impennata dei prezzi, già in aumento dopo la cattura americana del presidente venezuelano Maduro.
Un’altra incognita riguarda l’eventuale indebolimento o collasso del regime iraniano. La narrativa di una Repubblica islamica già prossima alla caduta si basa, infatti, sull’ipotesi che la guerra con Israele, il bombardamento del programma nucleare, il ritorno a un regime sanzionatorio, il deterioramento economico e le proteste represse ne abbiano minato la forza e la resilienza. In realtà, per quanto il sistema iraniano sia attualmente sorretto ampiamente da un apparato coercitivo, quest’ultimo resta operativo, confutando parzialmente la tesi di una fragilità strutturale del sistema. Allo stesso modo, la presenza di un’opposizione diffusa ma frammentata e priva di leadership riconosciuta sembra diminuire le possibilità di un’alternativa politica immediatamente disponibile e, di conseguenza, la possibilità di un cambio di regime privo di effetti destabilizzanti per la regione.
Per le monarchie del Golfo, lo scenario di un collasso iraniano sembra essere ben poco invitante: esso potrebbe facilmente tradursi in flussi migratori via mare, pressioni sul mercato del lavoro e forti tensioni sociali in società già caratterizzate da un equilibrio delicato tra cittadini ed espatriati. Non sorprende, quindi, la riluttanza delle cosiddette “petromonarchie” a concedere l’uso del territorio o dello spazio aereo per operazioni contro l’Iran. La scelta non implica una rottura con gli Stati Uniti, ma riflette l’obiettivo di limitare il coinvolgimento diretto e contenere i rischi. Anche la diplomazia regionale si è attivata: Arabia Saudita, Qatar e Oman – quest’ultimo, il principale mediatore nei colloqui iniziati questo febbraio – hanno avviato contatti con Teheran e Washington per evitare un conflitto, influenzando notevolmente il fatto che l’offensiva non si sia ancora concretizzata.
Equilibri divergenti: tra la prudenza turca e le priorità securitarie israeliane
Questa linea non è sostenuta soltanto dalle monarchie del Golfo, ma trova un appoggio netto anche nella Turchia. Come per gli stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, anche in questo caso l’esistenza di un Iran debole sembra essere preferibile al suo collasso: il vuoto di potere che tale caduta genererebbe potrebbe facilmente essere colmato da Israele che, con il supporto americano, conquisterebbe un ruolo egemone nella regione. Inoltre, anche nel caso della Turchia, rimane forte il timore di divisioni separatiste lungo il confine e di flussi migratori in rapido aumento che la scomparsa dell’Iran potrebbe causare, e che rischierebbero di prosciugare le energie e le risorse di Ankara.
Diversa è, naturalmente, la posizione israeliana. Dopo la guerra di giugno, a Tel Aviv permane la volontà di colpire nuovamente l’Iran. I missili iraniani hanno dimostrato di poter infliggere danni significativi e il governo Netanyahu considera la neutralizzazione delle capacità iraniane una priorità di sicurezza nazionale, temendo il lancio simultaneo di 500-1000 missili in un futuro conflitto. Pur ricoprendo un ruolo decisivo nelle intenzioni americane di indebolire l’Iran, lo Stato Ebraico ha comunque richiesto agli Stati Uniti di rimandare un eventuale attacco finché Tel Aviv non sarà pienamente preparato a fronteggiare possibili – e questa volta significative – ritorsioni iraniane. Dunque, il timore che gli Stati Uniti possano agire prima che Israele sia pronto e, più in generale, di ciò che accadrebbe allo Stato ebraico se i suoi interessi non coincidessero più con quelli americani, mantiene alta l’attenzione israeliana anche rispetto all’incertezza che la caduta dell’Iran provocherebbe, oltre che nei confronti dei possibili benefici.
Conclusione
La crisi tra Washington e Teheran non rappresenta soltanto un nuovo episodio di tensione tra due avversari storici, ma un passaggio critico nella ridefinizione degli equilibri mediorientali. Gli attori regionali, pur divergendo nelle priorità, condividono un obiettivo comune: evitare una destabilizzazione sistemica che nessuno sarebbe in grado di controllare, e di cui non è possibile prevedere con certezza l’esito finale. In questo senso, la vera posta in gioco non è tanto il futuro del regime iraniano, quanto la capacità della regione di assorbire uno shock senza scivolare in una fase di conflittualità diffusa. La prudenza delle monarchie del Golfo e della Turchia segnala che, più che scegliere tra Washington e Teheran, il Medio Oriente sta tentando di sottrarsi alla logica binaria dello scontro, costruendo margini di indipendenza strategica: se questa tendenza si consoliderà, la crisi attuale potrebbe aprire la strada a un Medio Oriente più autonomo e capace di contenere le proprie tensioni; in caso contrario, un conflitto diretto tra Stati Uniti e Iran, con il coinvolgimento israeliano, rischierebbe di frantumare gli equilibri esistenti e inaugurare una fase di instabilità sistemica di cui nessun attore sarebbe in grado di prevedere tempi e conseguenze.
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Autore dell’articolo: Giulia Di Gennaro, laureata magistrale in Relazioni Internazionali, ha maturato esperienze di ricerca presso il Quartier Generale della NATO e il Parlamento Europeo a Bruxelles. I suoi interessi includono la politica mediorientale, la cooperazione interorganizzativa, il mantenimento della pace e i diritti umani.
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Nota della redazione del Think Tank Trinità dei Monti
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