Russia-Ucraina: le implicazioni geopolitiche per Mosca

di Francesco Generoso - 31 Marzo 2022

 from Naples, Italy

DOI10.48256/TDM2012_00238

Introduzione

Per l’opinione pubblica mondiale, l’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina è stato uno shock. Si tratta infatti di un attacco contro una nazione sovrana, che porterà presumibilmente ad un ritorno della cortina di ferro in Europa e una nuova militarizzazione dell’ambiente securitario europeo. Putin ha lanciato l’invasione nonostante l’impressionante solidarietà transatlantica e la consapevolezza che l’Occidente avrebbe risposto imponendo severe sanzioni economiche e rafforzando sostanzialmente il fianco orientale della NATO. L’invasione avrà infatti effetti geopolitici ben oltre l’Ucraina. Putin potrebbe persino mettere alla prova la NATO, minacciando uno stato membro, con l’area baltica nel mirino. Tuttavia, in tanti si chiedono se l’attacco fosse prevedibile, se l’élite russa sia improvvisamente impazzita o semplicemente noi occidentali non siamo stati in grado di analizzare la strategia geopolitica di Mosca. Di fatto, quello che sta accadendo non è nulla di nuovo, né per la Russia in generale, né per la Russia di Putin.

Per molti accademici ed esperti, la Russia rappresenta un mistero di difficile risoluzione. Winston Churchill descrisse l’Unione Sovietica, nel 1939, come “un indovinello, avvolto in un mistero all’interno di un enigma”; per molti oggi la Russia di Putin, erede della superpotenza sovietica, rappresenta un arcano altrettanto indecifrabile. Un Paese che ragiona ancora in termini di potenza, fuori dal tempo. Un problema da “gestire” per l’Occidente. 

 

Il “realismo” russo

Secondo la corrente realista delle relazioni internazionali, però, l’attitudine di Mosca è comprensibile nonché prevedibile. L’Occidente non avrebbe infatti tenuto conto degli interessi nazionali russi, causando la “delusione” della Russia e la sua rinnovata indole aggressiva. Come concordato dalla maggior parte della scuola realista, l’assenza di un’autorità superiore, l’assenza di reciprocità e trasparenza tra gli Stati e le capacità militari, comportano la competizione tra grandi potenze. Pur non cercando il conflitto, le azioni degli Stati lo rendono più probabile, armandosi e costringendo, a loro volta, gli avversari ad una corsa agli armamenti (Mearsheimer, 2001). Nonostante la Russia possa sembrare l’esempio perfetto della teoria di Mearsheimer – attenzione alla sicurezza del proprio territorio, il potere militare come leva nelle relazioni internazionali e la maniacale considerazione delle minacce poste dagli altri Stati – ne rappresenta anche il limite. 

 

L’analisi costruttivista: gli errori di Mosca

Accademici come Alexander Wendt, della scuola costruttivista, hanno sottolineato che seppur è assente un potere centrale in grado di controllare l’ordine internazionale, tale condizione non necessariamente porta gli Stati a competere tra loro (Wendt, 1999). L’anarchia internazionale è infatti più complessa di quella presentata da Mearsheimer – che descrive l’anarchia “hobbesiana” –, con sistemi anarchici meno duri – anarchia “lockiana” – o addirittura più cooperativi – anarchia “kantiana” –. La visione di Mearsheimer, seppur interessante, risulta semplicistica. Essa nega agli Stati la capacità di agire diversamente, ma i fatti dimostrano il contrario: gli Stati hanno più opzioni e possono talvolta competere, talvolta cooperare per un reciproco vantaggio. L’assenza di una ricerca della massima sicurezza, del massimo vantaggio militare, non rende coloro che scelgono quest’ultimo percorso meno sicuri o irrilevanti geopoliticamente, come invece le teorie del realismo nelle relazioni internazionali potrebbero lasciare intendere.

Contrariamente, molti di questi Stati sono più sicuri, stabili e benestanti di Paesi, come la Russia, che guardano il mondo secondo la politica di potenza. I Paesi membri della NATO e dell’Unione europea ne sono la prova: dopo la tragica esperienza della Seconda Guerra Mondiale, hanno abbandonato la competizione tra potenze, che porta solo, prima o poi, ad un peggioramento della propria condizione. La Russia ha invece ereditato considerazioni differenti. La mancanza di confini naturali e la paura storica di invasioni la costringono a considerarsi parte di un mondo a lei ostile.

I vari leader russi condividono una visione del mondo definita dall’ossessione per le minacce esterne e l’idea fissa di cancellarle, anche quando queste ultime sono inesistenti o puramente teoriche. Tale visione non può che danneggiare la Russia stessa e condannarla inesorabilmente ad una condizione conflittuale perenne con i suoi vicini e l’Occidente.

 

Gli obiettivi della politica di sicurezza russa: la stabilità

Il principale obiettivo della politica di sicurezza russa è la stabilità. Per Mosca, la stabilità da ricercare è innanzitutto quella interna. Il Cremlino è  da sempre timoroso di qualsiasi fenomeno di rimostranza popolare, terrorismo e in generale, tutto ciò che può minacciare l’ordine politico interno. Per la Russia, la stabilità interna passa anche attraverso la stabilità esterna, in particolare nel suo vicinato, a causa di un legame diretto percepito tra gli eventi esterni e la stabilità all’interno del Paese. In particolare, Mosca è particolarmente attiva nell’evitare le cosiddette “rivoluzioni colorate”, ritenute, dall’élite russa, una minaccia diretta dall’Occidente per instaurare governi ostili a Mosca. In generale, lo sforzo portato avanti da Mosca è quello di contrastare il più possibile gli Stati Uniti nel favorire regimi democratici, sfavorevoli alla Russia, e minare di conseguenza la stabilità interna (Radin & Reach, 2017).

 

Il controllo dell’estero vicino

Un ulteriore obiettivo per la Russia è quello di mantenere, e se possibile aumentare, l’influenza sul suo “estero vicino”: ovvero, essere il centro politico, economico e di sicurezza della regione eurasiatica che comprende le altre 11 ex repubbliche sovietiche, al di fuori di quelle baltiche (Timofeev, 2017). Questo obiettivo comporta la riduzione al minimo dell’influenza dell’Occidente nella regione, considerata una fonte per le rivoluzioni colorate e per l’allontanamento di questi Paesi dall’orbita russa verso le istituzioni euroatlantiche.

Al contrario, nonostante la crescente influenza cinese nell’area e la conseguente erosione del potere russo, per Mosca il rapporto con Pechino non rappresenta un pericolo: la Cina si affida alla Russia per questioni di sicurezza e politiche – come avvenuto recentemente in Kazakistan –, pur assumendo un ruolo di primo piano su infrastrutture e progetti di investimento (Charap et al., 2017). Il Cremlino non considera infatti l’influenza cinese una minaccia alla sicurezza, ma anzi un’opportunità strategica per ridurre l’influenza occidentale nella regione. In questo modo, la Russia può raggiungere un ulteriore obiettivo: il riconoscimento dello status di grande potenza. Mosca, infatti, vuole dire la propria sulle vicende globali, assumendo un ruolo di attore principale; lo si è visto negli ultimi anni in Siria, in Libia e in Africa sub-sahariana, tra i vari esempi. 

 

L’aggressione del 2014

La ricerca della massima sicurezza ha reso di fatto la Russia meno sicura: l’intervento in Ucraina del 2014 ne è la prova. Con la destituzione di Yanukovich, la macchina della disinformazione russa è partita, descrivendo il paese come guidato da “nazisti” e criminali di ogni genere. Parte della popolazione russofona in Ucraina dell’est e del sud, è stata subissata dalla propaganda del Cremlino. A questa, si aggiungono fattori storici e culturali che legano molto l’Ucraina sudorientale alla Russia. Tuttavia, la paura instillata dalla disinformazione russa è stata la miccia che ha acceso le tensioni interne all’Ucraina, portando alla separazione de facto della Crimea e di parte del Donbass dal territorio nazionale ucraino, con tanto di “aiuto” materiale da parte di Mosca. 

Tuttavia, le azioni di Mosca hanno influenzato anche il resto degli ucraini. La paura e il sostegno ai fenomeni di separatismo hanno inevitabilmente realizzato il maggior incubo per il Cremlino, ovvero una forte identità nazionale ucraina, antirussa e proiettata verso occidente. I sondaggi confermano questa tendenza: mentre nel 2010 solo il 28% degli ucraini ha sostenuto l’adesione alla NATO dell’Ucraina, nel 2018 la percentuale ha raggiunto il 67%; poco prima dell’attuale conflitto, i favorevoli erano il 62%, mentre il 68% supportava l’ingresso nell’Unione europea. L’assenza delle regioni più scettiche ad una proiezione verso l’Occidente ha inevitabilmente cancellato un freno alla spinta dell’Ucraina verso l’Europa occidentale.

 

Il ritorno dell’Occidente

Un altro risultato dell’intervento russo in Ucraina nel 2014 è stato il rilancio dell’assistenza militare occidentale – in particolare statunitense – all’Ucraina e alla Georgia, altro Paese che ha subito, nel 2008, un’aggressione da parte di Mosca.  Dal 2014, gli Stati Uniti hanno inviato armamenti vari ad entrambi i Paesi, ma anche altri Stati occidentali, come la Francia, hanno venduto i loro armamenti. In aggiunta, Stati Uniti e altri alleati occidentali hanno avviato programmi di addestramento per le forze ucraine e georgiane. Niente di tutto ciò era pensabile prima del 2014. I Paesi membri della NATO hanno evitato in tutti i modi di provocare reazioni da parte della Russia. Con le sue azioni, i vicini hanno migliorato le proprie capacità militari – vedasi l’ottima resistenza ucraina alle forze armate russe nelle prime settimane del nuovo conflitto – e aumentato la vicinanza della NATO, la quale ha fornito assistenza. 

 

La questione baltica

La regione baltica rappresenta un’altra area critica per la percepita minaccia russa. L’ingresso nel 2004 di Estonia, Lituania e Lettonia nell’Alleanza Atlantica non ha modificato gli equilibri militari tra Russia e NATO. Le tre ex repubbliche sovietiche non posseggono delle forze armate in grado di impensierire minimamente quelle russe. La NATO è stata inoltre molto attenta nello specificare che sul suolo dei tre membri baltici non sarebbero state schierate forze alleate. In quegli anni, la NATO era impegnata in Afghanistan e la Russia non sembrava rappresentare una minaccia, cosa invece cambiata dopo il 2014.

L’intervento russo in Ucraina ha destato l’Alleanza Atlantica, conscia che il fronte orientale era sguarnito e incapace di fronteggiare la minaccia russa. La risposta della NATO è stata l’adozione della Enhanced Forward Presence (EFP) al summit di Varsavia del 2016, con la presenza simbolica di 4 battlegroup multinazionali presenti nei tre Paesi baltici e in Polonia. Se le 5mila unità NATO presenti sul fronte orientale non rappresentano una reale minaccia militare, la Russia si è però ritrovata dinanzi alla possibilità che, in caso di attacco verso questi Paesi, si ritroverebbe a combattere contro l’intera Alleanza Atlantica. 

 

Una nuova NATO

La mossa di Putin di invadere l’Ucraina non ha fatto altro che rendere la Russia meno sicura. Paesi neutrali hanno preso posizione contro Mosca, mentre altri, come Finlandia e Svezia, minacciati dall’aggressività russa, cercano rifugio nelle istituzioni euroatlantiche. L’invasione dell’Ucraina da parte di Putin ha quindi ringalluzzito la comunità democratica, ma soprattutto rivitalizzato un’Alleanza Atlantica divisa, che fino ad un paio di anni fa veniva definita da Macron come “morta cerebralmente”. Nei decenni successivi la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la NATO ha cercato di trovare un nuovo scopo, affrontando nuove minacce alla sicurezza come il terrorismo, gli attacchi cibernetici, e operando in missioni “fuori area” come l’Afghanistan. L’azione russa verso l’Ucraina ha ricordato agli Stati occidentali dell’importanza dei valori fondamentali e quanto questi siano importanti per la sicurezza globale. 

 

La leadership statunitense e la rinascita europea

La prova di Putin ha anche offerto agli Stati Uniti un nuovo ruolo centrale nella leadership globale; un’occasione di cui l’amministrazione Biden aveva bisogno dopo il disastroso ritiro dall’Afghanistan. La risposta statunitense è stata infatti ferma e capace di riunire i Paesi occidentali dinanzi all’invasione russa, guidando il processo di imposizione delle sanzioni nei confronti del Cremlino e degli oligarchi russi nell’orbita di Putin. Oltre ad aver migliorato l’immagine statunitense, l’azione russa ha anche spinto ampiamente i Paesi europei ad una maggiore integrazione.

L’Unione europea, considerata a lungo come una potenza economica ma priva di una propria impronta geopolitica, ha risposto come mai prima d’ora alla guerra russo-ucraina, chiudendo lo spazio aereo ai russi, colpendo le istituzioni finanziarie di Mosca e aiutando militarmente l’Ucraina. Piuttosto titubanti sulle questioni militari da diversi decenni, i Paesi europei stanno decisamente virando verso un aumento delle spese nella difesa; in particolare la Germania rappresenta un caso interessante, essendo un Paese storicamente pacifista dopo l’esperienza della Seconda Guerra Mondiale. La crisi probabilmente darà anche slancio all’integrazione della difesa europea e al perseguimento dell’autonomia strategica.

 

L’errore di valutazione di Mosca

Gli scenari possibili del conflitto in Ucraina sono molteplici, e possono definire di molto il futuro assetto internazionale. Ma al di là degli scenari relativi al conflitto, bisogna capire cosa ne sarà della Russia dopo la guerra. L’ossessione russa di avere uno status di grande potenza e le sue azioni conseguenti rientrano appieno nella visione realista di Mearsheimer. Può quindi essere considerato una guida per comprendere il comportamento russo. Mearsheimer non sarebbe infatti sorpreso dal fatto che la ricerca della massima sicurezza da parte della Russia l’abbia resa meno sicura. Ciò rientra decisamente nella “tragedia” da lui descritta. 

Ma questo punto di vista non tiene conto del fatto che gli Stati hanno delle scelte e coloro che prendono decisioni diverse rispetto alla Russia spesso finiscono per essere più sicuri. La ricerca della massima sicurezza è infatti sostituita dalla ricerca di una “buona” sicurezza, che consente loro di proiettare risorse verso lo sviluppo economico e sociale, cosa di cui avrebbe assoluta necessità la stessa Russia

La ricerca della massima sicurezza ha reso la Russia meno sicura di quanto lo fosse negli anni ’90, periodo – secondo Putin e la sua cerchia – in cui Mosca era sotto scacco dell’Occidente. Ma negli anni ‘90 l’Occidente non aveva alcun interesse ad affrontare la Russia: l’Europa si preparava ad affrontare le guerre balcaniche, cercando di coinvolgere la Russia come partner nello sforzo; gli Stati Uniti, dopo l’intervento nella guerra del Golfo e gli interventi nei Balcani, stava sostanzialmente riducendo la propria potenza militare. Le forze statunitensi hanno infatti visto una riduzione del proprio personale in Europa e il budget della difesa degli Stati Uniti è sceso dalla fine degli anni ’80 fino ai primi anni del nuovo millennio.

 

Conclusioni

L’atteggiamento russo ha invertito questa tendenza. L’intervento di Mosca in Ucraina e le sue azioni contro i membri della NATO hanno avuto un effetto opposto a quello che presumibilmente sperava. La Russia ora deve affrontare una NATO ed un’Europa rivitalizzate e più coese, desiderose di aiutare i Paesi vicini alla Russia, minacciati dall’aggressività di Mosca. Tutti questi eventi hanno ridotto la sicurezza della Russia e tutti erano evitabili. Ognuno di essi è il risultato della reazione russa a minacce teoriche o potenziali, considerate reali, e nella risposta, tali minacce si sono materializzate. L’esito di ciò non è stato determinato dalle dinamiche internazionali, bensì dalle scelte di Mosca. Queste scelte nei confronti di minacce presunte, trasformate nel processo in minacce reali, hanno reso la Russia meno sicura. 

 

Bibliografia

Charap S., Drennan J., Noël P. (2017), Russia and China: A New Model of Great-Power Relations, Survival, 59: 1, 2017. Disponibile all’indirizzo: http://scharap.fastmail.net.user.fm/public/Russia%20and%20China-Survival.pdf

Mearsheimer J. J. (2001), The Tragedy of Great Power Politics, New York: W.W. Norton, 2001.

Radin A., Reach C. B. (2017), Russian Views of the International Order, Santa Monica: RAND Corporation, 2017. Disponibile all’indirizzo: https://www.rand.org/content/dam/rand/pubs/research_reports/RR1800/RR1826/RAND_RR1826.pdf

Timofeev I. (2017), Theses on Russia’s Foreign Policy and Global Positioning (2017–2024), Moscow: Center for Strategic Research, 2017. Disponibile all’indirizzo: https://russiancouncil.ru/papers/Russian-Foreign-Policy-2017-2024-Report-En.pdf

Wendt A. (1999), Social Theory of International Politics, Cambridge: Cambridge University Press, 1999.

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Autore dell’articolo*: Francesco Generoso, esperto di difesa e geopolitica del think tank Trinità dei Monti. Dottore in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.

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