Rome, Italy
Introduzione: il nucleare come nuovo pilastro della proiezione cinese
Il mondo sta attraversando quella che diversi osservatori del settore energetico definiscono una vera e propria “rinascita nucleare”: dopo decenni di stagnazione seguiti agli incidenti di Chernobyl e Fukushima, la necessità di de-carbonizzare i sistemi elettrici, la crescente domanda energetica legata all’intelligenza artificiale e ai data center e la ricerca di sicurezza degli approvvigionamenti dopo lo shock energetico russo-ucraino, a cui di recente si è aggiunta la chiusura dello Stretto di Hormuz dopo l’attacco americano all’Iran del 28 febbraio 2026, hanno riportato l’atomo civile al centro delle agende politiche, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dal Giappone all’India. In questo contesto globale, nessun paese si è mosso con la scala e la rapidità della Cina. Pechino è oggi, per numero di reattori in costruzione, il primo Paese al mondo e punta a trasformare questo primato industriale in una leva diplomatica ed economica capace di svilupparsi oltre i propri confini, in particolare verso l’Asia centrale e l’Africa.
Il programma nucleare cinese affonda le radici negli anni Ottanta, quando Pechino scelse la tecnologia a reattore ad acqua pressurizzata come base del proprio sviluppo civile, dopo decenni in cui l’atomo era rimasto confinato quasi esclusivamente all’ambito militare nel’ambito della Guerra Fredda. Da allora il percorso è stato scandito da fasi distinte; l’acquisizione di tecnologia straniera (francese, russa, statunitense), la progressiva sostituzione delle importazioni con progettazione domestica, fino alla piena maturità industriale raggiunta nell’ultimo decennio che hanno permesso alla Cina di passare, in un periodo relativamente breve di tempo per un settore di questo tipo, da importatore di tecnologia a esportatore netto di reattori e know-how, un salto che ad altri Paesi, Stati Uniti compresi, ha richiesto quasi quarant’anni.
Accanto alla Via della Seta Polare e agli investimenti infrastrutturali della Belt and Road Initiative, l’energia nucleare civile viene dunque usata come un terzo vettore di proiezione internazionale da parte di Pechino, meno visibile sulle testate di informazione ma di certo non meno rilevante nel lungo periodo, perché lega i Paesi partner a Pechino per i quaranta o più anni di vita utile di un impianto nucleare. Gli attori principali di questa strategia sono le grandi imprese statali del settore: China National Nuclear Corporation (CNNC), China General Nuclear Power Group (CGN) e State Power Investment Corporation (SPIC), ognuna delle quali opera sotto il coordinamento della National Energy Administration e con il sostegno finanziario delle banche statali, in primis China Development Bank ed Export-Import Bank of China. A differenza della Russia di Rosatom, storico fornitore globale di reattori chiavi in mano e finora dominante nei mercati emergenti, la Cina si presenta come un esportatore di più recente esperienza ma dotato di capacità industriale e di finanziamento quasi senza pari, capace di offrire pacchetti integrati che comprendono progettazione, costruzione, formazione del personale e sostegno finanziario. Una combinazione con cui, in molti dei mercati che saranno oggetto di questa analisi, Mosca fatica ormai a competere.
L’espansione dei reattori nucleari negli ultimi anni
I numeri della crescita sono, in una prospettiva comparata, senza precedenti rispetto ai periodi precedenti. Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) e della U.S. Energy Information Administration, a maggio 2026 la Cina disponeva di 60 reattori operativi per una capacità installata di circa 58,7 GW distribuiti su 18 siti, ai quali si dovranno aggiungere poi 36 reattori in costruzione su 19 siti, quasi la metà dell’intera capacità nucleare mondiale attualmente in cantiere. Nel solo biennio 2025-2026 sono entrate in funzione unità come Sanao-1 e Taipingling-1, mentre sono stati avviati i cantieri di Xuwei-1 e Taipingling-4. Il ritmo di approvazione poi è altrettanto significativo: per il quarto anno consecutivo il governo ha autorizzato la costruzione di almeno dieci nuovi reattori l’anno, come nel caso del pacchetto di dieci unità (otto Hualong One e due CAP1000) approvato nel 2025 per un investimento di circa 200 miliardi di yuan (27 miliardi di dollari). Solo per fare un paragone, tra il 2023 e il 2024 gli Stati Uniti ha completato la costruzione di due soli reattori nucleari di tipo Vogtle 3 e Vogtle 4, in Georgia, mentre l’unico progetto avviato nel 2026 è il Natrium di TerraPower, avviato n Wyoming. E l’obiettivo della nuova amministrazione di avere, per il 2030, 10 grandi reattori AP1000 finanziati dal dipartimento dell’Energia (per una spesa complessiva di 17,5 miliardi di dollari) sembra essere anche lontano. Semplicemente perché, in questa nuova corsa all’energia, la Cina costruisce oggi in un solo anno più reattori di quanti gli Stati Uniti ne abbiano completati nell’ultimo trentennio.
Alla base di questa velocità vi è un modello industriale standardizzato: anziché costruire reattori isolati, la Cina sviluppa siti multipli da sei – dieci unità ciascuno (come Zhaoyuan, Haiyang e Lianjiang), riducendo costi e tempi grazie a una filiera produttiva ormai matura. Gli obiettivi dichiarati per i prossimi decenni restano ambiziosi: 110 GW installati entro il 2030, tra 145 e 200 GW entro il 2035, fino a una forbice di 400-500 GW entro il 2050-2060, per un investimento complessivo stimato tra i 370 e i 440 miliardi di dollari nel solo processo di raggiungimento dei 200 GW.
L’impatto sulla diversificazione energetica cinese
Nonostante la crescita impetuosa, il nucleare resta oggi una componente relativamente contenuta del grande mix della produzione elettrica cinese: nel 2024 ha generato circa 444,7 miliardi di kWh, pari a poco meno del 5% della produzione elettrica totale, evitando secondo le stime circa 334 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Tuttavia il carbone, pur rimanendo in calo ad ogni anno che passa, continua a rimanere il pilastro del sistema energetico cinese, con una quota che si aggira ancora attorno al 60%, sebbene le proiezioni più recenti indichino un ridimensionamento a circa il 32% entro il 2035, a favore soprattutto di solare, eolico e, in misura minore ma crescente, del nucleare, la cui quota è attesa di raddoppiare al 10% entro il 2035 e salire fino al 15-18% entro la metà del secolo. Nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ad ottobre del 2025, in un contesto chiave per l’implementazione degli Accordi di Parigi sotto l’egida dell’IPCCC, il leader Xi Jinping annunciò infatti un aggiornamento della traiettoria per la riduzione delle emissioni climalteranti della Cina; un taglio del 7-10% entro il 2035, a molti suonato più con tono conservativo che non come una promessa vera e propria ma che in termini assoluti per un Paese che conta per un terzo delle emissioni globali, rappresenta un contributo considerevole, nell’ordine delle centinaia di migliaia di tonnellate di CO₂. Senza scordare, negli ultimi 5 nani, gli enormi progressi compiuti dalla Cina del comparto delle installazioni di eolico e solare.
Il ruolo del nucleare in questa transizione non è quindi quello di sostituire le rinnovabili nella loro interezza(strutturalmente impossibile) ma di completarle e raggiungere una diversificazione integrata dell’enorme rete energetica cinese: a differenza di solare ed eolico, il nucleare offre una capacità di generazione costante (con i fattori di carico superiori al 90%), utile a bilanciare una domanda elettrica in forte crescita, spinta anche dall’espansione dei data center per l’intelligenza artificiale e dell’industria automatizzata, di cui la Cina, nel 2025, ha rappresentato in tutto il 54% di tutte le installazioni a livello mondiale di robot industriali, secondo i dati dalla IFR (International Federation of Robotics). Non a caso sono in fase di studio e sperimentazione progetti pilota di conversione diretta di centrali a carbone in impianti nucleari (coal-to-nuclear conversion), pensati per riutilizzare siti e infrastrutture di rete già esistenti e accelerare così la de-carbonizzazione del paese senza rinunciare alla sicurezza degli approvvigionamenti.
L’avanzamento delle capacità tecniche
Il fiore all’occhiello dell’industria nucleare cinese è l’Hualong One (HPR1000), reattore di terza generazione interamente progettato con tecnologia e capacità intellettuale nazionale, che secondo CNNC diventerà entro il 2030 la tipologia dominante nel crescente parco dei reattori nucleari cinesi. A fine gennaio 2026 le unità Hualong One in costruzione o in funzione nel mondo avevano raggiunto quota 41, rendendolo il modello di reattore più diffuso a livello globale; di questi, due esemplari sono già stati consegnati e messi in funzione in Pakistan. Parallelamente, la Cina sta portando avanti tecnologie di quarta generazione: il reattore sperimentale a sali fusi al torio (TMSR-LF1), sviluppato dallo Shanghai Institute of Applied Physics, ha raggiunto infatti nel 2025 la prima conversione al mondo di torio in combustibile all’uranio all’interno di un reattore a sali fusi, una tecnologia che non richiede acqua di raffreddamento e che punta a un dimostratore da 100 MW entro il 2035, per poi essere integrato in maniera più commerciale in Cina.
A ciò si aggiungono il piccolo reattore modulare (SMR) Linglong-1, da 100 MWe, entrato in funzione commerciale nel corso del 2026 e pensato anche per desalinizzazione e teleriscaldamento, e il primo impianto ibrido al mondo che accoppia due reattori Hualong One di terza generazione con un reattore Gen-IV raffreddato a gas ad alta temperatura (HTGR), il cui cantiere è partito nel gennaio 2026. Sullo sfondo resta l’ambizione di lungo periodo verso la fusione nucleare, perseguita sia attraverso la partecipazione cinese al progetto internazionale ITER, concepito per realizzare il primo reattire a fusuine nucleare internazionale e firmato da 7 partner nel 2006: Cina, Euratom (rappresentata dalla Commissione europea), India, Giappone, Corea del Sud, Russia e Stati Uniti, sia con programmi nazionali paralleli. Un fronte che, insieme al resto del comparto, alimenta la preoccupazione occidentale di un progressivo sorpasso tecnologico cinese nel settore atomico civile.
Il futuro dei piani cinesi nel contesto internazionale
È soprattutto fuori dai confini nazionali che la strategia nucleare cinese rivela la propria dimensione geopolitica. La leadership di Pechino ha fissato l’obiettivo di esportare fino a 30 reattori verso i Paesi della Belt and Road Initiative entro il 2030, per un valore stimato attorno ai 145 miliardi di dollari (o, secondo altre fonti, mille miliardi di yuan): un obiettivo perseguito offrendo non singoli impianti ma interi ecosistemi legati alla realtà nucleare, comprensivi di finanziamento, filiera del combustibile, formazione tecnica e assistenza per la regolazione nel lungo periodo, con il rischio implicito di generare dipendenze strutturali analoghe a quelle già osservate nel settore energetico e infrastrutturale in Africa, dove la presenza cinese è maggiormente presente nelle costruzione e nel mantenimento delle infrastrutture dei trasporti, come il corridoio ferroviario di Tazara, che arriva al porto di Dar Es Salaam e consente il trasporto dallo Zambia di minerali e terre rare, destinati alle industrie di raffinazione cinesi.
Come primo esempio di questa nuova strategia, in Asia centrale, tradizionale sfera di influenza nucleare di Mosca attraverso Rosatom, la Cina si è recentemente inserita con decisione, sfruttando vantaggiosi accordi economici. Nel luglio 2025, il Kazakhstan ha selezionato CNNC per la costruzione della seconda e terza centrale nucleare del Paese con tecnologia Hualong One, dopo aver affidato a Rosatom la prima; il sito della seconda centrale, nei pressi di Ulken, è stato approvato nel gennaio 2026 e nel giugno dello stesso anno i due Paesi hanno istituito un gruppo di lavoro congiunto sulla cooperazione nucleare civile. In Uzbekistan, mentre l’azione di Mosca procede con la costruzione di reattori VVER e SMR, sempre attraverso i contratti stabiliti con Rosatom, Tashkent ha aperto trattative parallele con CNNC come opzione di riserva in caso di ritardi sui lavori e la società statale uzbeka dell’uranio Navoiyuran ha avviato una joint venture con l’omologa cinese per l’estrazione mineraria, un segnale di come anche gli Stati centroasiatici più legati a Mosca stiano diversificando i propri fornitori nucleari, incontrando in Pechino un partner nuovo ma molto affidabile. Del resto, è notizia di settembre 2025 che il contratto tra il governo uzbeko e Rosatom, a causa forse di crescenti tensioni sotterranee tra Tashkent e Mosca, rientranti in un quadro più ampio in cui i governi dell’Asia centrale hanno cercato di diversificare i propri partner di sicurezza ed economici tra Russia, Cina, Stati Uniti e altre potenze, invece di allinearsi a un unico protettore, in una decisione accentuata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Spostandoci in Africa, la presenza cinese sul nucleare civile è per ora più embrionale rispetto alle altre infrastrutture come ferrovie, porti e ponti, ma è comunque strutturata. In Kenya, CGN ha firmato già dal 2015 un memorandum d’intesa per lo studio di un reattore Hualong One, un percorso che nel 2026 è entrato nella sua seconda fase con l’apertura, tra il 2026 e il 2027, di una gara d’appalto internazionale; un nuovo accordo tra l’agenzia keniota Nupea e la China Nuclear Engineering and Construction Corporation punta a rafforzare, come accennato all’inizio del paragrafo, la formazione tecnica e le competenze necessarie al programma. In Uganda, Kampala ha firmato dal 2017 una serie di intese con CNNC e con altre imprese cinesi per la cooperazione nucleare civile. Diverso il caso dell’Egitto: la centrale di El Dabaa, oggi in costruzione, è un progetto russo di Rosatom, ma anche Il Cairo mantiene dal 2015 un memorandum d’intesa con CNNC per un possibile coinvolgimento cinese in futuri ampliamenti del programma nucleare egiziano.
La presenza cinese nel quadro africano poi si è fatta, a partire dal 2024, molto più organica di alcuni accordi con singoli paesi, grazie alla costruzione di un impianto multilaterale coi altri paesi africani. Al Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) di Beijing del 2024, la Cina ha lanciato il China-Africa Forum on the Peaceful Use of Nuclear Technology, inserito nel Beijing Action Plan 2025-2027 e presentato sotto lo slogan “Atoms for Global South”, un tentativo esplicito di offrirsi come partner nucleare di riferimento per l’intero continente sul modello già sperimentato con le infrastrutture della BRI, diffuse in numerose paesi africani. In questa cornice si innestano alcuni tra gli accordi bilaterali più recenti di quelli con Kenya, Uganda ed Egitto: nel 2024 il Ghana ha siglato con CNNC Overseas un accordo per un reattore Hualong One (HPR1000) e l’ammodernamento della rete elettrica associata, mentre la Nigeria ha firmato, nello stesso anno, un memorandum con CNNC per l’attivazione di impianti nucleari entro gli anni Trenta; più di nicchia e precedente a questo periodi di attività diplomatica, ma tuttora attivo è l’accordo risalente al 2016 con il Sudan per la costruzione di uno o due reattori da 600 MW e la definizione di una roadmap di cooperazione decennale tra i due paesi.
Questo peso relativo della Cina in Africa, per quanto in grande espansione rispetto a dieci anni fa, va comunque contestualizzato in relazione agli altri attori di un certo peso: secondo il World Nuclear Industry Status Report, Rosatom mantiene grandi accordi di cooperazione nucleare con una ventina di Paesi africani (tra cui Etiopia, Namibia, Zimbabwe, Burundi e Repubblica del Congo) a fronte di intese cinesi che, pur in crescita, restano concentrate su Ghana, Kenya, Nigeria, Egitto, Marocco, Sudafrica, Sudan e Uganda. È in questo spazio competitivo che si inserisce anche il programma statunitense FIRST, pensato per contendere a Pechino e Mosca l’accesso ai mercati degli small modular reactor (SMR) in paesi come Ghana, Kenya, Nigeria e Ruanda; del resto, anche se la presenza americana in Africa si è di molto ridotta, con il richiamo, da parte della seconda amministrazione Trump, di 30 ambasciatori, l’attenzione degli Stati Uniti per il continente, nel cotesto della nuova corsa alle risorse e ai metalli rari non è scomparsa del tutto. Resta poi aperto, ed è forse il nodo tecnico più delicato per i governi africani, il tema del modello di finanziamento: nei negoziati in corso, ad esempio, il Ghana sta cercando di ottenere per il proprio impianto Hualong One uno schema ‘build-own-operate-transfer’ a tempo limitato, con un power-purchase-agreement statale a garanzia dei ricavi cinesi fino al trasferimento della proprietà. Un impianto contrattuale che, se replicato altrove, potrebbe definire per i prossimi decenni il grado effettivo di autonomia energetica dei Paesi partner rispetto a Pechino.
Accanto alla costruzione di reattori, esiste poi un secondo livello di penetrazione cinese in Africa, a monte della filiera: l’approvvigionamento dell’uranio necessario per la loro produzione di energia. In Namibia, terzo produttore mondiale con circa il 12% dell’estrazione globale nel 2024, due delle tre miniere attive del Paese sono controllate da aziende cinesi: Husab, per il 90% di China General Nuclear (CGN) tramite la controllata Swakop Uranium, e Rössing, il cui 68,6% è passato nel 2019 dalla britannica Rio Tinto alla China National Uranium Corporation (CNUC, gruppo CNNC). La quasi la totalità della produzione namibiana viene quindi oggi esportata verso la Cina. Un modello simile, su scala minore, è stato perseguito in Niger tramite la controllata cinese SinoU, anche se in questa nazione Pechino si trova a competere con il ritorno di Rosatom, che nel luglio 2025 ha siglato con Niamey un proprio accordo di cooperazione nucleare civile e mineraria.
Questa integrazione verticale, dal giacimento di uranio all’attivazione del reattore vero e proprio, è ciò che distingue più nettamente la strategia cinese da quella dei concorrenti occidentali e russi: assicura a Pechino una sicurezza degli approvvigionamenti a monte, mentre a valle lega i Paesi partner a Pechino per la vita utile degli impianti, replicando in chiave nucleare la stessa logica di controllo delle filiere già osservata nel settore delle terre rare e dei minerali critici.
Conclusioni
Nel complesso, l’intero continente, ancora più dell’Asia Centrale o di qualche paese in Sud America, resta un terreno di competizione tra le grandi potenze energetiche più che un’esclusiva cinese, ma la traiettoria (capacità industriale in crescita, disponibilità di finanziamento e strategia di esportazione integrata) suggerisce che nel prossimo decennio la Cina intenda giocare un ruolo sempre più centrale anche nella diplomazia nucleare del Sud globale. Un elemento di questo probabile successo sono i larghi crediti fiscali concessi ai Paesi ospitanti le tecnologie nucleari di Pechino. La dipendenza che si verrebbe a creare in un scambio tecnologico come quello relativo alle centrali nucleari sarebbe, indubbiamente, di lunga durata, spostando quindi sempre di più le simpatie o quantomeno gli interessi di numerose nazioni in giro per il mondo verso la Cina, ormai sempre più attiva nelle nazioni dell’ex Terzo mondo. A rafforzare questa espansione, vi è parallelamente la ricerca, da parte di Pechino, di assicurarsi approvvigionamenti sicuri e affidabili di Uranio per soddisfare l’ingrandimento costante dei suoi consumi interni, con l’obiettivo di diventare autosufficiente anche nella produzione di combustibile nucleare. Secondo un report del Financial Times la China National Uranium Corporation e una controllata di China General Nuclear Power Group hanno acquisito quote in miniere situate in Niger, Namibia e Kazakistan, tre dei maggiori produttori di Uranio. Inoltre il conflitto in Ucraina ha stravolto gli equilibri in modo favorevole per Pechino, in quanto la Russia è uno dei maggiori produttori sia di uranio che di uranio arricchito, elemento fondamentale per arrivare al combustibile vero e proprio; la Russia possiede inoltre circa il 26% dei depositi di uranio del Kazakistan e ha diritti su un ulteriore 22% della produzione annuale e secondo un nuovo report entro il 2040 la Russia, tramite un controllo capillare sulle sussidiarie e progetti esterni ai confini nazionali, potrebbe controllare un terzo delle riserve di uranio estratto a livello mondiale, possibilmente rafforzando la capacità di sviluppo russa e cinese (sempre che l’alleanza politico commerciale dei due paesi rimanga solida per tutti questi anni). Da Parte sua, la Cina si muove su una strada simile; nel novembre del 2023, grazie ad un accordo stipulato tra la società nucleare nazionale Kazatomprom e la China National Uranium Corporation Limited (CNUC), la Cina si è assicurata i diritti per quasi il 60% della futura produzione del Kazakistan, produttore al 40% dell’uranio mondiale e uno dei principali operatori a livello mondiale nella sua lavorazione (assieme alla Russia, al Canada e alla Nigeria). Una politica e una strategia geo-economica che ha portato Pechino, in anni di investimenti, a creare un collo di bottiglia strategico sulle terre rare, consolidando il proprio vantaggio sulle fasi di estrazione e trasformazione intermedia sull’intera catena, sviluppando un monopolio sulle REE (Rare Earth Elements) e sulla loro lavorazione che, ad oggi, rappresenta circa il 90%. Se si venisse a creare una situazione simile nell’ambito dell’energia nucleare, Pechino potrebbe rappresentare, entro il 2030, una delle maggiori potenze energetiche se non la principale potenza energetica delle energie alternative, un nuovo polo industriale ‘green’ per un mondo sempre più orientato a superare l’attuale dipendenza dal petrolio.
Autore
Marco Valerio Passacantilli è un laureato in Scienze politiche con indirizzo Storico e ha un laurea magistrale in Scienze politiche e Relazioni Internazionali, conseguito all’Università Cesare Alfieri di Firenze. Durante i perco5rsi di studi e lo sviluppo delle abilità necessarie al conseguimento del primo tiolo si studi, ha sviluppato competenze e abilità nella ricerca e nell’archiviazione di informazioni e notizie per i movimenti terroristici del Sud Est asiatico e del continente Indiano, culminando successivamente in un perfezionamento nello studio, storico e politico, della nazione Cinese, unito ad una buona conoscenza del sistema di commercio marittimo contemporaneo.
Fonti
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