Il deficit commerciale degli Stati Uniti, il ruolo internazionale del dollaro e i nuovi dazi dell’amministrazione americana: un’analisi economica

di Trinità Dei Monti - 11 Settembre 2025

  Roma, Italia

 

DOI10.48256/TDM2025_00004

L’obiettivo di questo articolo è indagare la relazione tra il deficit commerciale degli Stati Uniti d’America, il ruolo del dollaro come moneta di riserva internazionale e i nuovi dazi di  Trump e come questi ultimi potrebbero influire sulla relazione tra il deficit commerciale e il ruolo del dollaro. Infine, con questo articolo si intende indagare anche come il cambiamento della relazione tra deficit commerciale e ruolo del dollaro può influenzare l’equilibrio geopolitico a livello globale a seguito di un cambiamento nell’influenza geopolitica degli Stati Uniti nel mondo. L’originalità di questo articolo risiede nell’intenzione di dare una visione unificata della letteratura esistente per le tematiche scritte in precedenza, seguendo un filo logico che leghi tutte le variabili prese in considerazione.  Nella prima parte si introdurranno i concetti di deficit commerciale degli Stati Uniti d’America e del ruolo del dollaro come valuta di riserva internazionale, con i relativi dati. Nella seconda parte, si andrà prima a esaminare il legame tra deficit commerciale statunitense e ruolo del dollaro come moneta di riserva internazionale, andando a enfatizzare il fatto che lo status di valuta di riserva internazionale del dollaro sia la causa preponderante del deficit commerciale statunitense. Successivamente si andrà a ipotizzare se e in che modo, alla luce della letteratura esistente in materia, i nuovi dazi dell’amministrazione Repubblicana potrebbero cambiare o meno questo equilibrio tra deficit commerciale e ruolo di valuta di riserva internazionale del dollaro. In conclusione, si andrà ad analizzare come cambiando l’equilibrio tra deficit commerciale e status internazionale del dollaro, anche gli equilibri geopolitici globali e l’influenza geopolitica degli Stati Uniti sarà soggetta a determinati cambiamenti.

 

Il deficit commerciale degli Stati Uniti: che cos’è? 

Per introdurre il tema del deficit commerciale degli Stati Uniti, è necessario prima introdurre brevemente il concetto di bilancia commerciale e conseguentemente di deficit commerciale in generale.

Dalle definizioni che si possono trarre dalla contabilità nazionale, la bilancia commerciale è calcolata sommando il valore monetario delle esportazioni e sottraendo a queste il valore monetario delle importazioni.

Quando un Paese esporta più di quanto importa, si dice che il Paese sarà in surplus commerciale, quando un Paese esporta esattamente quanto importa, si dice che il Paese sarà in pareggio nella bilancia commerciale e quando, infine, il Paese importa più di quanto esporta si avrà un deficit commerciale nella bilancia commerciale.

Ora che si è chiarito il concetto di base si può passare ad illustrare l’andamento e i dati riguardanti il deficit commerciale degli Stati Uniti d’America (Tabella 1). Fin dal 1970 gli Stati Uniti d’America hanno fatto registrare un deficit commerciale persistente; se guardiamo all’andamento storico in generale della bilancia commerciale statunitense (in percentuale rispetto al PIL) su un arco temporale che va dal 1800 al 2018 dal 1800 al 1870 gli Stati Uniti c’è sempre stato un deficit commerciale (tranne che per tre anni), mentre dal 1870 al 1970 si può notare un costante surplus commerciale, a cui appunto segue un costante deficit commerciale dal 1970 in avanti.

Tabella 1

Periodo temporale

Saldo bilancia Commerciale Stati Uniti

         Periodo storico-economico

1800-1870

Negativo (tranne che per tre anni)

Prima e seconda

Rivoluzione industriale

1870-1970

Positivo

Seconda rivoluzione industriale – Bretton Woods

1970-presente

Negativo

Dopo Bretton Woods

Fonte: Bureau of Economic Analysis, World Trade Historical Database

Il ruolo del dollaro come moneta di riserva internazionale

Ad oggi, è universalmente noto il ruolo di moneta di riserva internazionale del dollaro, dove per moneta di riserva internazionale si intende una valuta detenuta in grandi quantità da banche centrali e istituzioni sovranazionali, che è utile a facilitare transazioni internazionali e a garantire il valore delle altre valute locali.Storicamente, la Conferenza di Bretton Woods del 1944 è stato ritenuto l’evento cruciale dal quale è iniziata l’espansione del dollaro nel mercato globale. Questo perché durante questo evento si decise che il valore del dollaro dovesse essere agganciato all’oro al tasso di cambio di 35 dollari l’oncia, le altre valute allora avrebbero dovuto avere tassi di cambio fissi rispetto al dollaro; la conseguenza di ciò era che per acquistare oro in qualsiasi valuta, prima bisognava acquistare dollari. (avendo un rapporto di cambio fisso e requisiti di stabilità nella bilancia commerciale ciò rendeva anche difficile per altre economie crescere più di quella americana (altrimenti si sarebbe apprezzata la loro valuta, chi esportava in surplus si trovava teoricamente obbligato a comprare dollari e vendere la propria moneta).                                                                                              

All’epoca il dollaro veniva usato nel 60% degli scambi commerciali mondiali e oltre il 70% dell’oro mondiale apparteneva agli Stati Uniti. Una volta terminata l’esperienza di Bretton Woods e introdotta l’era dei tassi di cambio fluttuanti, in realtà il ruolo del dollaro come moneta di riserva internazionale non è certo diminuito di importanza, anzi.  Difatti, secondo i dati del GeoEconomics Center dell’Atlantic Council, il predominio del dollaro è rimasto forte in termini di riserve valutarie, scambi commerciali e transazioni in valuta estera. La quota in dollari statunitensi delle riserve valutarie globali è pari al 57%, la quota di fatturazione delle esportazioni al 54% e la quota di transazioni in valuta estera all’88%.

 

Il legame tra il deficit commerciale degli Stati Uniti e il ruolo internazionale del dollaro

Il deficit commerciale degli Stati Uniti è un argomento attuale, soprattutto dopo che il presidente Trump ha adottato una politica neo-protezionistica, specialmente nei confronti della Cina. Ha introdotto dazi di importazione sui beni stranieri, che variano dal 10% per alcuni Paesi fino al 125% per la Cina. Nonostante ciò, la gestione del deficit commerciale non tiene in conto il ruolo fondamentale del dollaro come moneta di riserva internazionale. Le banche centrali accumulano dollari, rendendoli una valuta centrale nel commercio globale e un bene rifugio per gli investitori.

Il valore elevato del dollaro offre alcuni vantaggi agli Stati Uniti, come costi di indebitamento più bassi e una maggiore liquidità nei mercati finanziari. Tuttavia, per mantenere la domanda di dollari, gli Stati Uniti devono affrontare un deficit commerciale, importando più di quanto esportino. Questo è legato al “Dilemma di Triffin”, che suggerisce che il paese emittente della valuta di riserva deve garantire una quantità sufficiente di valuta per facilitare il commercio e la finanza, portandolo a deficit commerciali continui. Nel lungo periodo, questo deficit potrebbe danneggiare il valore  dollaro e la sua posizione di valuta di riserva. Il politico francese Valéry Giscard d’Estaing ha descritto il “privilegio esorbitante” degli Stati Uniti, che deriva dalla predominanza del dollaro a livello internazionale. Diversi studi, tra cui quelli di Paul Krugman e Richard Baldwin, analizzano le cause di questo deficit, evidenziando fattori come la politica economica e il deficit di bilancio del governo statunitense.                                                                       Un deficit commerciale molto importante può generare condizioni economiche difficili per il ritorno all’equilibrio, mentre una svalutazione del dollaro non basta a risolverlo.          

James K. Jackson sottolinea che il basso tasso di risparmio degli Stati Uniti è collegato all’afflusso di capitali esteri a causa del ruolo del dollaro. Le famiglie e le imprese americane tendono a spendere più in beni esteri rispetto a quelli domestici, aumentando l’indebitamento. Jackson mette in dubbio l’efficacia di un semplice deprezzamento del dollaro per ridurre il deficit commerciale, citando dati che mostrano una crescita del deficit anche quando il dollaro si è svalutato. La visione di molti economisti suggerisce che cercare di cambiare il saldo commerciale senza affrontare le condizioni macroeconomiche porterà a risultati controproducenti e distorsioni economiche. Infine, gli economisti avvertono che le modifiche ai saldi commerciali bilaterali non risolveranno il problema generale del deficit commerciale se non vengono combinate con cambiamenti nelle condizioni economiche sottostanti.

La teoria alla base dei dazi di Trump

L’articolo di Stephen Miran, “A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System”, fornisce la giustificazione teorica per la politica dei dazi dell’amministrazione americana, proponendo un framework strategico che integra dazi, aggiustamento del tasso di cambio e sicurezza nazionale. Miran sostiene che lo status del dollaro come valuta di riserva internazionale porta a una sua “sopravvalutazione”, riducendo la competitività dell’industria statunitense e causando deficit commerciali persistenti; per questo propone una svalutazione graduale del dollaro per favorire l’industria statunitense. Miran cita l’accordo del Plaza come precedente storico di successo, che portò a una svalutazione del dollaro e incentivò i produttori giapponesi e tedeschi a trasferire parte della produzione negli Stati Uniti. Tuttavia, riconosce che la posizione geopolitica degli Stati Uniti oggi è meno favorevole rispetto al 1985. Miran suggerisce tre misure punitive per ottenere la cooperazione dei paesi:

Dazi verso i paesi che non partecipano a un accordo “Plaza 2.0”.
Rimozione dell'”ombrello di sicurezza” degli Stati Uniti per i paesi non partecipanti.
Tassazione maggiore dei pagamenti degli interessi sui titoli del Tesoro statunitense detenuti dalle banche centrali non partecipanti.

Miran evidenzia la gestione del debito pubblico e il livello dei tassi d’interesse a lungo termine come uniche preoccupazioni conseguenti a questo tipo di politiche economiche, in particolare la capacità di collocare il debito pubblico a tassi non troppo elevati.   Infatti, in primo luogo la politica di Quantitative tightening della FED potrebbe rendere più difficile la collocazione dei Treasury Bond a tassi di interesse contenuti.                                                                                                

In secondo luogo, ed è il punto fondamentale, il riequilibrio delle partite correnti potrebbe ridurre la domanda di titoli statunitensi, di conseguenza la debolezza del dollaro potrebbe indurre molti portafogli a ridurre l’esposizione sui Treasuries. A quel punto, gli Stati Uniti potrebbero beneficiare di una maggiore produzione e struttura industriale, ma potrebbero anche affrontare una minore domanda per i suoi titoli di Stato. E questo farebbe inevitabilmente aumentare il livello dei tassi d’interesse sui Treasuries.                                                                                                                                                                                                                          

Il triplice legame tra dazi, deficit commerciale e dollaro

La nuova amministrazione statunitense ha avviato una guerra commerciale utilizzando i dazi, sostenendo che il deficit commerciale sia dannoso e causa di deindustrializzazione. Ha introdotto tariffe soprattutto contro la Cina, ma ci sono dubbi riguardo all’efficacia di questa strategia nel ridurre il deficit commerciale. Ad esempio, Nigel Driffield sostiene che l’ossessione per i deficit, come quella di Trump, non trova supporto nella teoria economica e che tali politiche raramente funzionano. Inoltre, evidenzia che un deficit commerciale non indica che gli Stati Uniti siano sfruttati, ma riflette un’economia benestante che acquista prodotti a prezzi più bassi.

Myron Scholes e Ashwin Alankar in un loro articoloapprofondiscono il legame tra dazi, deficit commerciale e il dollaro come valuta di riserva. Sostengono che i vantaggi degli Stati Uniti derivanti dallo status del dollaro comportano un costo: il deficit commerciale. Se Trump tentasse di azzerare questo deficit, ciò potrebbe indebolire lo status internazionale del dollaro. Le tariffe aumenterebbero il costo delle importazioni e gli USA non sarebbero in grado di produrre internamente a costi comparabili. Secondo gli autori, è molto improbabile che i costi aumentati possano essere compensati, e se gli Stati Uniti dovessero importare meno, ciò influirebbe negativamente sul valore del dollaro e sui vantaggi legati alla sua posizione di riserva globale. Inoltre, l’acquisto di debito da parte di investitori esteri consente agli Stati Uniti di finanziare a basso costo; una riduzione delle importazioni porterebbe più costi e meno consumi e investimenti, col risultato di una diminuzione dell’efficienza produttiva. Scholes e Alankar affermano anche che, con meno importazioni, il dollaro potrebbe apprezzarsi temporaneamente piuttosto che deprezzarsi, il che non aiuterebbe nel perseguire l’obiettivo di riportare la produzione negli USA.                                                                                                                                    

Inoltre Paul Krugman ha effettuato un’analisi storica sul deficit commerciale degli Stati Uniti, notando come sia aumentato negli anni ’80 a causa di tagli fiscali e spesa militare durante l’era di Reagan. La Federal Reserve, per contrastare l’inflazione, mantenne alti i tassi d’interesse, portando a un apprezzamento del dollaro che rese non competitiva la produzione statunitense e causò deficit elevati. Krugman vede un parallelo tra questa situazione e l’era Trump, evidenziando l’intento di rendere permanenti i tagli fiscali del 2017 e di aumentare la spesa pubblica. Potrebbe quindi anche verificarsi un apprezzamento del dollaro, specialmente se i dazi non incontrano ritorsioni, portando a un possibile peggioramento del deficit commerciale, annullando così gli effetti attesi delle tariffe.

Il (possibile) paradosso geopolitico del neoprotezionismoStatunitense

Alcuni autori affermano che i dazi voluti da Trump non porteranno ai risultati desiderati, né per il deficit commerciale né per il deprezzamento del dollaro. Essi considerano che un deficit commerciale e un “dollaro forte” siano segnali della potenza economica e geopolitica degli Stati Uniti. Ad esempio, Usman W. Chohan in un suo articolospiega che ci sono paradossi nell’approccio della seconda amministrazione Trump, come il tentativo di mantenere l’influenza globale senza investimenti, il che potrebbe rendere il panorama mondiale più frammentato e ridurre gli incentivi per gli alleati a seguire le priorità americane. Chohan sottolinea che limitare le importazioni dai Paesi alleati influisce su queste dinamiche.  

Inoltre, i BRICS e altri Paesi del Sud globale potrebbero trovare motivazioni per de-dollarizzarsi a causa delle politiche americane. Invece Daniel Griswold e Andreas Freytag in un loro articolo chiariscono il legame tra deficit commerciale e ruolo del dollaro. Gli autori sostengono che il deficit non può essere cambiato solo attraverso i dazi, in quanto è influenzato da fattori macroeconomici come risparmi e investimenti.                                  

Anzi, affermano che il deficit è una manifestazione di forza degli Stati Uniti. Griswold e Freytag notano che i dazi imposti dalla prima amministrazione Trump non hanno ridotto il deficit commerciale e hanno spostato le perdite verso altri partner commerciali, riducendo il commercio complessivo. Inoltre, affermano che i dazi possono essere visti come auto-sanzioni che indeboliscono gli interessi americani. Essi concludono che il ruolo del dollaro come valuta di riserva consente agli Stati Uniti di esercitare e rafforzare sanzioni contro i nemici geopolitici, limitando il loro accesso ai finanziamenti e alle transazioni in dollari.

Bibliografia:

Blanchard O.,  Giavazzi F., Sa F. (2005). International Investors, the U.S. Current Account, and the Dollar. Brookings Papers on Economic Activity 1: 1-49.

Chohan, U. W. (2025). Trump: A Second Administration in Seven Economic Paradoxes. Available at SSRN 5078763.

Elson, A. (2021). “The Benefits of the Dollar System to the United States and the Rest of the World. In: The Global Currency Power of the US Dollar.” Palgrave Macmillan.

Landau, J. P. (2025). Tariffs, the dollar and the US economy: A discussion of the ‘Mar-a-Lago accord’. hal-05043295f

James K. Jackson. (2020). The Dollar and the U.S. Trade Deficit. Congressional Research Service, 2020

Reinbold B., Wen Y. (2018). Understanding the Roots of the U.S. Trade Deficit. Federal Reserve Bank of St. Luis, 2018.

Bertaut, C., Von Beschwitz, B., & Curcuru, S. (2021). The international role of the US dollar., Federal Reserve, FED notes (October 6, 2021)

Murau, S. (2025). Decoding Dollar Dominance. The Global Credit View on the Monetary System in International Political Economy. The Global Credit View on the Monetary System in International Political Economy (April 30, 2025). OBFA-TRANSFORM Working Paper, (5-EN).

Obstfeld, M. (2025). The us trade deficit: Myths and realities. Brookings Papers on Economic Activity.

Siddiqui, K. (2025). Returning to Protectionism: The Shift in United States Trade Policy. World.

Vıktor, P., & Molnar, A. (2023). US Dollar Dominance in International Trade and the Impact of Trump’s Policies. The Eurasia Proceedings of Educational and Social Sciences, 32, 103-110. 

Sun, J., & Yu, A. N. (2014). The US Trade Deficit, Dollar Value and Financial Issues. Journal of Chinese Economics2(1).

Krugman, P. R., Baldwin, R. E., Bosworth, B., & Hooper, P. (1987). The persistence of the US trade deficit. Brookings papers on economic activity: (1), 1-55.

Griswold D., Freytag A. Balance of Trade, Balance of Power: How the Trade Deficit Reflects U.S. Influence in the World (2023). Policy Analysis no. 944, Cato Institute, Washington, DC.

Sitografia:

Alankar A., Scholes M. (2025) “Trump, tariffs, and the dollar’s role as reserve currency” JanusHendersonInvestors <https://www.janushenderson.com/corporate/article/trump-tariffs-and-the-dollars-role-as-reserve-currency/>

***

Autore dell’articolo: Filippo Adinolfi, laureato in Economia Politica presso l’Università La Sapienza di Roma

***

Nota della redazione del Think Tank Trinità dei Monti

Come sempre pubblichiamo i nostri lavori per stimolare altre riflessioni, che possano portare ad integrazioni e approfondimenti. 

* I contenuti e le valutazioni dell’intervento sono di esclusiva responsabilità dell’autore.

Editor’s Note – Think Tank Trinità dei Monti

As always, we publish our articles to encourage debates, and to spread knowledge and original and alternative points of view.

* The contents and the opinions of this article belong to the author(s) of this article only.

Autore