Il paradosso del popolo afghano: spinti a fuggire ma obbligati a tornare

di Trinità Dei Monti - 12 Marzo 2026

  Roma, Italia 

 

DOI: 10.48256/TDM2026_00006

Introduzione

La fragilità dell’Afghanistan, segnata da oltre cinquant’anni di conflitti è oggi aggravata dal deterioramento delle relazioni con il Pakistan e dalla crescente instabilità regionale. La popolazione, martoriata dal susseguirsi di guerre, crisi economiche e dagli effetti del cambiamento climatico, versa in condizioni di estrema instabilità. Questi eventi, che hanno segnato e segnano la storia dell’Afghanistan, hanno spinto gran parte degli afghani a migrare, specialmente nei paesi limitrofi, alla ricerca di condizioni più favorevoli.  Pertanto, i rimpatri forzati attuati oggi da Iran e Pakistan pesano notevolmente sulla difficile situazione del territorio alimentando la crisi cronica del paese, teatro di una delle più gravi emergenze umanitarie globali, definita da sfollamenti, insicurezza alimentare, mancanza di servizi sanitari e di base, discriminazioni di genere e gravi limitazioni ai diritti civili e politici.

Mezzo secolo di lotte per il potere e di esodi

Le migrazioni di massa del popolo afghano, verificatesi a partire dalla seconda metà del XX secolo, furono strettamente connesse alle frequenti crisi ambientali che impattarono enormemente sull’economia prettamente agricola del paese, ma anche, e soprattutto, ai cambiamenti dello scenario sociale e politico dell’Afghanistan che causarono continui conflitti. La prima grande migrazione di massa avvenne tra il 1971 e il 1973 in seguito a una grave siccità; il malcontento popolare favorì il successo del colpo di Stato attuato da Daoud Khan, che nel 1973 realizzò la transizione del paese verso la repubblica. Tuttavia, la Repubblica di Daoud non durò molto: nel 1978 il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA) rovesciò e uccise Daoud Khan. Questo evento, noto come “La rivoluzione di Saur”, causò un altro grande esodo.

Durante il governo del PDPA, l’Afghanistan attraversò una lunga fase di instabilità segnata da profonde divisioni interne e numerose rivolte popolari guidate da diversi gruppi islamici. Nel 1979, l’URSS invase l’Afghanistan per appoggiare il PDPA contro l’insurrezione islamica, gli Stati Uniti, insieme a Pakistan e Arabia Saudita, intervennero per sostenere la resistenza islamica che si unì ai mujaheddin e il conflitto divenne internazionale ponendo fine al periodo di “grande distensione” tra i due blocchi. La guerra tra i comunisti e i combattenti islamici costrinse milioni di persone a fuggire e nonostante il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989 e la vittoria dei mujaheddin tre anni dopo, l’instabilità nel territorio continuò ad aumentare a causa degli scontri per il potere che ebbero luogo tra le varie fazioni di mujaheddin. La guerra civile spinse nuovamente la popolazione a migrare alla ricerca di maggiore sicurezza e, con l’arrivo dei talebani, questa tendenza continuò a crescere. I talebani imposero un regime teocratico autoritario e un sistema giuridico basato sull’interpretazione radicale della Sharia. All’inizio del XXI secolo la presenza di Osama Bin Laden in Afghanistan, figura emersa durante lo scontro con l’URSS, condusse a un lungo conflitto con gli Stati Uniti d’America.

Gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, realizzati sul suolo americano ad opera di Al-Qaeda, portarono il presidente statunitense George W. Bush ad annunciare l’inizio della “Global War on Terror” (GWOT) e a dare avvio all’occupazione statunitense. L’insediamento americano aprì una fase di discreta stabilità che favorì il ritorno dei cittadini afghani. Tuttavia, dopo l’uccisione di Osama Bin Laden nel 2011, ebbe inizio il graduale disimpegno americano, che si intensificò nel 2014, con la conclusione formale della missione denominata “International Security Assistance Force” (ISAF) e l’inizio della missione “Resolute Support” che prevedeva il solo addestramento delle Forze di Sicurezza Nazionali Afghane (ANSF). In seguito alla riduzione della presenza NATO, nel 2015 le condizioni di sicurezza in Afghanistan precipitarono, portando ad un aumento di flussi migratori verso l’Europa. Nel 2020, con gli Accordi di Doha, gli USA si impegnarono a ritirarsi definitivamente e nel 2021, con la presidenza Biden, si pose fine alla presenza dell’esercito americano in Afghanistan e il paese cadde nuovamente sotto il controllo del regime talebano, scatenando il panico collettivo.

Afghanistan e Pakistan: la fine dell’alleanza e l’inizio di un nuovo conflitto

Il territorio desertico e montuoso dell’Afghanistan confina, attraverso la “Linea Durand”, con il sovrappopolato Pakistan. Nonostante le relazioni storiche tra i due paesi siano intrise di conflitti, essi sono uniti etnicamente dal gruppo Pashtun che in Afghanistan rappresenta la maggioranza della popolazione, mentre in Pakistan conta circa trenta milioni di abitanti. La popolazione Pashtun dei due paesi, che condivide ideologia, cultura, religione, lingua e legami etnici e di sangue, rappresenta l’anello di convergenza che, a partire dal periodo dell’invasione sovietica, condusse a un crescente miglioramento dei rapporti, portando il Pakistan a diventare uno dei principali alleati dei mujaheddin. L’influenza del Pakistan in Afghanistan aumentò ulteriormente sotto il regime talebano a cui fornì pieno sostegno e supporto, contribuendo all’ascesa al potere del movimento islamico con l’obiettivo di acquisire maggiore “profondità strategica” in un possibile conflitto con l’India. Inoltre, nonostante il pubblico supporto del Pakistan agli Stati Uniti durante l’occupazione statunitense avviata nel 2001, si suppone che il governo pakistano avesse mantenuto relazioni segrete con i talebani.

Nel 2021 il governo pakistano ha accolto con favore il ritorno dei talebani, sperando di trovare nel regime un alleato per contrastare il Tehreek-e Taliban Pakistan (TTP), un’organizzazione militante emersa nel 2007 con l’obiettivo di imporre in tutto il Pakistan un regime basato sulla propria interpretazione della Sharia e di rovesciare il governo pakistano. Contrariamente a quanto auspicato, dal 2021 in poi le operazioni del TTP si sono intensificate, portando Islamabad ad accusare Kabul di sostenere l’organizzazione nonostante le negazioni del regime afghano.  Le relazioni tra i due paesi, già incrinate a causa della presunta inazione del governo afghano nei confronti del TTP e della disputa sul confine causata dal mancato riconoscimento della Linea Durand da parte dei talebani, sono state ulteriormente esacerbate dall’intesa tra Afghanistan e India. Infatti, nel 2022 è iniziato un processo di normalizzazione dei rapporti tra i due paesi, con la riapertura dell’ambasciata indiana a Kabul come “missione tecnica” a scopo umanitario. Parallelamente, a partire dal 2023, il Pakistan ha avviato il piano di rimpatri forzati denominato “Illegal Foreigners Repatriation Plan”. Nonostante il piano sia stato motivato pubblicamente da ragioni di sicurezza nazionale, le tempistiche suggeriscono che tale decisione sia frutto della volontà di utilizzare il controllo del governo sui rifugiati come strumento di coercizione volto ad aggravare l’instabilità dell’Afghanistan. Nel frattempo l’avvicinamento all’India è proseguito e tra il 2024 e il 2025, Islamabad ha autorizzato la designazione di un console afghano a Mumbai e Hyderabad.

L’inizio di una serie di scontri tra Afghanistan e Pakistan lungo il confine e il progressivo disgelo con l’India hanno acceso sempre di più le tensioni; il 9 ottobre del 2025, quando il Ministro degli Esteri afghano Muttaqi ha visitato Nuova Delhi e la “missione tecnica” è stata elevata ad ambasciata, il Pakistan ha attuato dei raid aerei contro Kabul mirati a colpire figure chiave del TTP. L’Afghanistan considera gli attacchi una violazione della sicurezza interna del paese innescando un’escalation di scontri tra i due paesi che ha recentemente raggiunto un picco di intensità. Infatti il 27 febbraio del 2026 il Ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif ha dichiarato guerra aperta all’Afghanistan dopo che il Pakistan ha effettuato degli attacchi sulle infrastrutture militari afghane colpendo Kabul e Kandahar. I tentativi di stabilizzare la situazione intrapresi da paesi influenti come Cina, Russia, Turchia e Qatar sono risultati vani e si teme che l’escalation possa allargarsi ad altri territori.

I rimpatri forzati e la situazione sociale

Nel corso del 2025 la crisi umanitaria in Afghanistan è nettamente peggiorata: i rifugiati che nel corso dei decenni sono migrati in Pakistan e in Iran, costruendo nel tempo famiglie e comunità, sono stati costretti a tornare in Afghanistan, dove molti di loro non hanno mai vissuto. Infatti, l’Iran come il Pakistan, ha avviato una politica di rimpatrio forzato dei migranti afghani, obbligandoli a lasciare il Paese entro la scadenza del 20 marzo 2025, poi prolungata al 6 luglio dello stesso anno. Questa decisione politica è stata determinata dalla progressiva escalation del conflitto con Israele, le deportazioni sono state infatti motivate accusando gli afgani di svolgere attività di spionaggio a favore del governo israeliano. L’UNHCR ha riportato che tra gennaio e agosto del 2025 sono stati attuati oltre 1, 9 milioni di rimpatri e il picco più elevato è stato registrato nel mese di luglio, in seguito agli attacchi israeliani e statunitensi. Anche in Occidente le posizioni nei confronti dei rifugiati hanno subito un brusco cambiamento, come dimostra la decisione dell’amministrazione Trump di revocare lo status di protezione temporanea per i cittadini afghani. In questo quadro si sono inseriti i tagli dei finanziamenti esteri che, insieme alla crescita demografica causata dai ritorni su larga scala, hanno esasperato la richiesta di servizi, già precedentemente insufficienti.

Nonostante ciò, nel corso del 2025 si è registrata comunque una moderata crescita economica, resa possibile dallo spostamento delle rotte commerciali dal Pakistan ad altri paesi limitrofi, principalmente l’Iran, e dall’innalzamento della domanda di beni e servizi correlato all’aumento dei rimpatri. Tuttavia, la crescita demografica ha prodotto una diminuzione del reddito pro capite e l’insufficienza dell’offerta di lavoro, aumentando l’insicurezza alimentare che, già aggravata dalla siccità e dai disastri naturali, ha colpito oltre venti milioni di persone. Inoltre, la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha documentato numerose esecuzioni, arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani, tra cui il controllo della comunicazione attuato tramite l’interruzione forzata delle telecomunicazioni e il blackout della rete internet dal 29 settembre al 1° ottobre 2025.

Secondo quanto riportato dall’UNHCR, le donne rappresentano la categoria sociale maggiormente a rischio: oltre a essere costrette a vivere una condizione di segregazione sociale e a subire abusi, si configurano anche come la fascia di popolazione maggiormente colpita dalla malnutrizione e dalla mancanza di assistenza sanitaria. Infatti, le donne possono essere visitate solo da medici donna, ma il divieto imposto loro di studiare e di lavorare rende paradossalmente questa condizione inattuabile. Le restrizioni alla libertà delle donne imposte dal Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio sono aumentate, andando a definire i contorni di quella che a tutti gli effetti assume l’aspetto di un’apartheid di genere. In questo contesto di continui rischi per la sicurezza della popolazione afghana, che vive in una crescente condizione di vulnerabilità sociale, si sono sommati gli attacchi di USA e Israele in Iran, iniziati il 28 febbraio 2026, che stanno colpendo profondamente tutti i paesi della regione e stanno impattando gravemente sull’Afghanistan che condivide con l’Iran oltre 900 km di confine. Infatti, l’Iran rappresenta il principale fornitore di carburante, generi alimentari e di prima necessità dell’Afghanistan e la guerra in atto rischia di bloccare il commercio iraniano e impedire il rifornimento di beni, alimentando la grave crisi interna del paese.

Conclusioni

Il ritorno al potere dei talebani ha determinato la fuga di milioni di afghani, un esodo che si aggiunge alle numerose migrazioni che la popolazione ha intrapreso nel corso del tempo, a causa delle guerre che affliggono il territorio da oltre mezzo secolo. Il legame storico tra conflitti e migrazioni di massa in Afghanistan risulta quindi piuttosto lampante. Per questo motivo le deportazioni di massa attuate nel 2025 dal Pakistan, come probabile strumento di pressione politica, e dall’Iran, in seguito alle accuse di spionaggio, nell’attuale scenario in cui il conflitto tra Afghanistan e Pakistan è diventato una “guerra aperta”, non solo pesano gravemente sulla situazione sociale e umanitaria del paese, ma pongono anche un grande limite alle possibilità di fuga per i cittadini, ulteriormente ridotte dall’attuale orientamento politico statunitense ed europeo verso l’aumento delle restrizioni e delle deportazioni. Inoltre, al conflitto con il Pakistan ad est si somma lo scontro in atto ad ovest tra Iran e le forze congiunte statunitensi e israeliane; l’Afghanistan appare così schiacciato tra un conflitto diretto e l’escalation regionale, con significative conseguenze sulla popolazione esposta a rischi elevati e minacce alla propria incolumità.

I cittadini afghani sono costretti a vivere una situazione di estrema insicurezza sociale, che rappresenta un terreno fertile per i gruppi estremisti. Gli sfollamenti, la disoccupazione, la mancanza di rifugi sicuri e la malnutrizione potrebbero favorire il reclutamento dello Stato Islamico del Khorasan (ISIS-K), stanziato nell’Afghanistan orientale, mentre le deportazioni attuate dal Pakistan potrebbero alimentare i rancori degli afghani, portandoli a radicalizzarsi in gruppi militanti come il TTP. Un’ulteriore possibile conseguenza dell’elevata instabilità interna e regionale potrebbe essere l’aumento del traffico di esseri umani, i conflitti e l’emergenza umanitaria potrebbero spingere gli afghani a migrare maggiormente verso l’Europa, tendenza già emersa nel corso del 2025, anno in cui è stato registrato un aumento di un terzo delle domande d’asilo dei cittadini afghani presentate nell’Unione Europea.

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Autrice dell’articolo: Chiara Lunerti, laureata in Sociologia per la sostenibilità e analisi dei processi globali, presso l’Università La Sapienza di Roma.

 

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