Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e gli effetti sul mercato del petrolio

di Francesco Generoso - 12 Novembre 2019

Napoli, Italia

Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e gli effetti sul mercato del petrolio

Il Medio Oriente e il mercato del petrolio

Il Medio Oriente rappresenta da decenni un’area altamente instabile. Conflitti politici, etnici e religiosi sono all’ordine del giorno e rendono molto complicato creare un’economia di mercato stabile, in quasi tutti i settori.

Il mercato energetico, in particolare per petrolio e gas naturale, ha continuato negli anni a rappresentare una delle poche eccezioni nelle economie del Medio Oriente.

Le caratteristiche della regione

La regione fornisce circa la metà delle riserve mondiali di petrolio e vanta i maggiori Paesi produttori, di cui cinque sono membri dell’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. A guidare la produzione regionale è l’Arabia Saudita che, secondo dati forniti dall’agenzia federale statunitense U.S. Energy Information Administration (EIA), è il secondo produttore al mondo con oltre 15 milioni di barili al giorno, seconda solo agli Stati Uniti a quota 80 milioni di barili (EIA, 2019).

E’ da maggio che lo scontro tra Arabia Saudita e Iran ha portato ad attacchi contro petroliere nello Stretto di Hormuz e contro le infrastrutture di Riad. Nonostante la situazione geopolitica rovente, il mercato non ne ha risentito più di tanto. Da agosto, il prezzo del petrolio è sceso di quasi 10 dollari, stabilizzandosi intorno ai 60 dollari a barile. Qualcosa però potrebbe cambiare.

L’attacco ai campi petroliferi sauditi

Proprio l’Arabia Saudita è al centro dell’ultima vicenda: Riad ha infatti subito, lo scorso 14 settembre, il peggior attacco militare dall’inizio della guerra in Yemen. La raffineria di Abqaiq, la più grande al mondo con una capacità di 7 milioni di barili al giorno, e il giacimento di Khurais, 1,5 milioni di barili al giorno, gestiti entrambi dalla compagnia nazionale saudita di idrocarburi, la Saudi Aramco, sono stati colpiti da droni e missili cruise. Gli attacchi, presumibilmente ad opera dei ribelli Houthi, hanno bloccato la produzione petrolifera saudita per diverse settimane e danneggiato quella mondiale.

Nonostante le prime analisi prospettavano una drastica riduzione della produzione mondiale petrolifera e il conseguente aumento dei prezzi del greggio (si pensava ad un livello di crisi simile a quello visto nel  periodo 1978-1979), il mercato ha risposto positivamente alla crisi.  E’ infatti riuscito in breve tempo a coprire, grazie alle tempestive riparazioni dell’Arabia Saudita e il contributo di altri paesi, circa il 60% della produzione corrente saudita. Secondo le prime stime fornite dal Ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, gli attacchi hanno ridotto la produzione saudita di 5,7 milioni di barili al giorno, pari al 55% della produzione saudita di agosto, 10 milioni di barili al giorno, e ridotto del 5,6% quella mondiale. La quantità è stata quindi coperta, seppur con una qualità dei greggi inferiore (Petroleum Intelligence Weekly, 2019).

Il rientro della crisi

Aramco è riuscita a ristabilire molto rapidamente la capacità persa nell’attacco. I giorni successivi la stessa compagnia aveva dichiarato che il pieno ripristino della capacità non si sarebbe avuto fino a novembre (Bloomberg, 2019). Ciò ha scongiurato anche il paventato utilizzo delle riserve di emergenza. 

L’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) si era detta pronta ad agire qualora risultasse necessario sopperire la produzione saudita. A dichiararlo è stato il direttore esecutivo dell’istituzione parigina Fatih Birol, tuttavia il mercato è risultato ben fornito e in grado di far fronte alla situazione. Anche gli Stati Uniti, con le dichiarazioni del Presidente Donald Trump, si erano detti pronti ad utilizzare le risorse  dalle Strategic Petroleum Oil Reserves (Spro) per compensare gli effetti dell’attacco sul mercato, ma ciò non si è rivelato necessario.

La risposta del mercato ha lasciato spazio a considerazioni geopolitiche della crisi. Provenienza di droni e missili, la presunta partecipazione dell’Iran e le risposte di Arabia Saudita  e Stati Uniti all’attacco sono stati i temi dibattuti. Tuttavia, alcune considerazioni sugli effetti economici e le prospettive future del mercato energetico vanno decisamente fatte.

La vulnerabilità delle difese saudite

Innanzitutto, la produzione saudita è in pericolo: il sistema antimissile Saudita, altamente costoso quanto vulnerabile, non sembra affatto in grado di fronteggiare le minacce non convenzionali portate avanti dai ribelli Houthi. Dopo l’inizio della campagna militare saudita in Yemen nel 2015, Riad ha subito numerosi attacchi sul suo territorio. Se ne contano 12 nell’ultimo anno. La prospettiva è che gli attacchi del 14 settembre non siano di certo gli ultimi e risulta altamente preoccupante che bastino una decina di droni per danneggiare seriamente una componente fondamentale della catena energetica mondiale.

L’Arabia Saudita è consapevole di questa sua debolezza, tant’è che il Re saudita Salman e il principe ereditario Mohammed bin Salman hanno approvato il dispiegamento di ulteriori truppe e mezzi statunitensi. Saranno 3mila le unità aggiuntive,  oltre ulteriori sistemi di difesa aerea per assicurare i cieli del Regno e prevenire nuovi attacchi in territorio saudita, come reso noto dal Dipartimento della Difesa (Agenzia Nova, 2019). 

Il rischio che allontana le imprese

In secondo luogo, gli attacchi del 14 settembre sono solo uno degli ultimi capitoli di una lunga serie di eventi che generano instabilità nella regione. Dalle primavere arabe del 2011 è diventato sempre più rischioso e difficile investire in Medio Oriente. Seppur alcune imprese europee abbiano rafforzato la loro presenza in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale, le oil majors e le società di trasporto si stanno sempre più, seppur molto lentamente, disimpegnando dalla regione, lasciando ampio spazio alle compagnie asiatiche, in particolare quelle cinesi (Financial Times, 2019).

Il ruolo dell’Arabia Saudita nella rete di approvvigionamento globale: la spare capacity

Il 14 settembre potrebbe rappresentare un punto di svolta per il mercato internazionale del petrolio, nonché per la rete di approvvigionamento. Infatti l’Arabia Saudita svolge un ruolo fondamentale non tanto per la capacità di esportazione della sua produzione (circa il 12% dei movimenti internazionali complessivi nel 2018), ma soprattutto per il suo ruolo quasi monopolistico della spare capacity disponibile, ovvero capacità estrattiva di riserva in grado di compensare eventuali mancanze di greggio sul mercato globale.

Proprio Riad aveva già cominciato ad attingere alle sue scorte da fine giugno, visto il calo della produzione totale che si registra da mesi. Secondo l’AIE la capacità produttiva di riserva mondiale ammonta a circa 3,21 milioni di barili al giorno e, di questi, 2,27 sono dell’Arabia Saudita. Altri paesi, come Iraq e Angola, possiedono riserve limitate e l’Iran, altro grande paese esportatore di petrolio, è limitato dalle sanzioni americane. Il direttore esecutivo dell’AIE, Fatih Birol, ha reso noto che i trenta Paesi  membri dell’AIE possono contare su circa 1,55 miliardi di barili di scorte di emergenza, equivalenti a 15 giorni di domanda mondiale (AGI, 2019).

Riad come swing producer

L’Arabia Saudita riveste inoltre un ruolo strategico in qualità di swing producer, ovvero un produttore in grado di aumentare vigorosamente la propria produzione con un costo interno molto basso e capace di influenzare i prezzi del mercato, fornendo protezioni al ribasso nel medio e breve termine.

Il sistema internazionale di approvvigionamento basa quasi totalmente la sua struttura sull’Arabia Saudita e la sua capacità di garantire i due fattori sopracitati. In mancanza di questi, la sicurezza degli approvvigionamenti è a rischio, non solo per l’Occidente ma anche per i player orientali come Cina e India. I paesi importatori sarebbero certamente quelli più colpiti dall’eventuale mancanza dell’Arabia Saudita e, considerando i numeri, l’Europa sarebbe in prima linea.

La parte di Teheran

Gli attacchi alle installazioni petrolifere saudite hanno nuovamente messo sul banco il ruolo dell’Iran sullo scacchiere mediorientale. Stati Uniti e Arabia Saudita non hanno nascosto i loro sospetti, considerando Teheran la vera mente dietro gli attacchi. Nonostante il sospetto però Stati Uniti ed Europa, soprattutto quest’ultima, non hanno preso in considerazione azioni coercitive nei confronti della Repubblica Islamica. Entrambi sono consapevoli che una risposta dura potrebbe innescare un conflitto di più ampia scala nel Golfo, destabilizzando ulteriormente l’area e, per quanto riguarda il greggio, spingendo verso l’alto il prezzo e danneggiando il mercato globale.

Le mosse dell’Europa sono esemplificative: i governi europei sono infatti stati cauti nell’attribuire responsabilità dell’attacco a Teheran, speranzosi tra l’altro di salvare ancora l’accordo sul nucleare, naufragato dopo le decisioni dell’Amministrazione Trump. Solo dopo una decina di giorni i governi di Francia, Germania e Regno Unito hanno accolto l’appello degli Stati Uniti ad una condanna globale nei confronti dell’Iran, accusando quest’ultima di aver portato avanti l’attacco e chiedendo lo stop ad ulteriori provocazioni (Al Jazeera, 2019). Il Presidente iraniano Rohani, a margine di un incontro con Macron durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, ha considerato infondate le accuse rivolte verso Teheran (BBC, 2019).

Anche la Russia è entrata in scena, con la visita del Presidente russo Vladimir Putin in Arabia Saudita il 14 ottobre. Putin ha infatti condannato gli attacchi alle infrastrutture di Aramco, affermando che la Russia è pronta a mediare tra Riad e Teheran, pur stando attento a non considerare colpevole l’Iran degli attacchi (Gulf News, 2019).

Arabia Saudita vs Iran: lo scontro resta freddo

La stessa Arabia Saudita non vuole lo scontro aperto con l’Iran. Riad non ha infatti risposto militarmente a nessuna azione di Teheran che, al contrario, almeno attraverso l’appoggio ai ribelli Houthi, potrebbe risultare partecipe di oltre 220 missili e 150 droni lanciati contro i sauditi. Il Ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir, aveva infatti dichiarato alla Cnn che qualora fosse dimostrato che dietro gli attacchi agli impianti petroliferi sauditi ci fosse direttamente l’Iran, e non i ribelli Houthi, ciò sarebbe considerato un “atto di guerra”, ma ha poi aggiunto che il suo paese cercherebbe comunque una soluzione pacifica (CNN, 2019). Il Regno è infatti consapevole che senza l’appoggio degli Stati Uniti non potrebbe essere avviata alcuna azione militare.

L’Italia nel quadro della crisi

Dall’Italia non sono pervenute risposte particolari in merito agli attacchi. I media italiani hanno dato risalto alla notizia più per gli effetti economici sul petrolio e le eventuali ricadute interne. L’Italia è infatti un gran importatore di petrolio dal Medio Oriente per oltre 27,6 milioni di tonnellate nel 2017, ultimo anno conteggiato. Di questi, 6 milioni provengono dall’Arabia Saudita, 8,5 dall’Iraq e 3,6 dal Kuwait. Nel 2017 sono conteggiati anche i 9,3 milioni di tonnellate dell’Iran che, a causa delle sanzioni, si sono ormai azzerati (Data Book Unione Petrolifera, 2019).

L’Arabia Saudita rappresenta quindi circa il 9,6% delle importazioni di greggio del nostro paese. Andando ad osservare l’ultima statistica rilasciata dall’Unione Petrolifera il 7 ottobre 2019 in merito alle importazioni di greggio per paese di provenienza, risulta importante notare come nei primi mesi del 2019 (da gennaio a luglio), dall’Arabia Saudita abbiamo importato 2,8 milioni di tonnellate che incidono dell’8% sul totale delle importazioni. Il dato mostra una variazione di -34,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (nella tabella si potrà notare come l’Iran registra una variazione di -100%, quindi il totale azzeramento delle importazioni). Di contro, si registra un aumento significativo delle importazioni dall’Iraq, al primo posto tra i paesi di provenienza con il 22,6% sul totale e una variazione positiva del 66% rispetto al 2018 (Unione Petrolifera, 2019).

Gli effetti economici

Non bisogna però accantonare gli aspetti economici e il mercato: la situazione in Medio Oriente, il generale clima di incertezza globale dovuta alla guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina e l’ombra della Brexit sull’Europa preoccupano gli investitori. Dopo il 14 settembre infatti, la volatilità del prezzo del petrolio ha spaventato in molti, soprattutto l’aumento del 20% del prezzo del Brent in giornata. Si tratta del maggiore aumento mai registrato dall’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein nel 1990. Seppur i prezzi siano scesi (lunedì 14 ottobre, data di scrittura di questo articolo, il prezzo è al di sotto dei 60 dollari a barile), il campanello d’allarme è suonato nella testa degli investitori, “un cigno nero” che potrebbe influenzare il futuro andamento del mercato, timoroso di possibili shock petroliferi (Financial Times, 2019). 

Le ricadute su Aramco

Pur riuscendo nell’impresa di ripristinare rapidamente la produzione, la stessa Aramco ha subito gli effetti economici degli attacchi. L’Agenzia Fitch il 30 settembre ha declassato il rating della compagnia da “A+” ad “A”, citando, oltre il deficit fiscale dell’Arabia Saudita (che come paese è anch’essa passata da un rating “A+” ad “A”), anche le tensioni geopolitiche nel Golfo a seguito degli attacchi (Reuters, 2019). Il downgrade arriva in un brutto momento per Aramco, che da quest’anno sta portando avanti la sua prima offerta pubblica (IPO): l’Arabia Saudita vorrebbe infatti incassare la cifra record di 100 miliardi di dollari dalla vendita, scaglionata tra fine 2019 e 2021, del 5% dell’azienda, rendendo l’operazione la quotazione più grande della storia (Bloomberg, 2019).

L’indifferenza del mercato al rischio geopolitico

Nonostante le preoccupazioni, tuttavia, il mercato sembra essere indifferente all’attuale situazione politica, non solo in Medio Oriente. Gli attacchi all’Arabia Saudita sono stati rapidamente liquidati, complice la rapidità di Aramco di ripristinare i livelli di produzione saudita e la reattività del mercato nel trovare altre fonti di approvvigionamento, seppur di inferiore qualità. 

Da aggiungersi anche l’Iraq, che da settimane è vittima di manifestazioni e violenze. Nell’ultima settimana, secondo fonti ufficiali, le vittime sarebbero salite già a cento. Inizialmente confinate a Baghdad, sono però esplose in tutto il paese, compreso il sud, dove sono presenti la maggioranza delle installazioni petrolifere. Per ora non hanno subito danni, ma il rischio è molto alto. L’Iraq è il secondo produttore di petrolio dell’OPEC dopo l’Arabia Saudita, e un incidente petrolifero nel paese avrebbe conseguenze ben più gravi di quanto accaduto agli impianti di Aramco. Anche il nord del paese non vive una situazione tranquilla, essendo oggetto di bombardamenti da parte della Turchia a danno dei curdi.

Il prezzo del greggio è rimasto invariato anche dinanzi all’offensiva di Ankara nel nord della Siria contro i curdi del Rojava. Nonostante l’operazione infiammi ancor di più il rovente scenario mediorientale, occupando le prime pagine di tutti i media occidentali e non solo, il mercato non ha avuto particolari sussulti. Nel Kurdistan iracheno, vicino all’area oggetto delle operazioni, ci sono importanti giacimenti. Inoltre la regione è attraversata dall’oleodotto Kirkuk Ceyhan, che arriva nel Mediterraneo. Lo spicchio orientale del Mare Nostrum è un’altra area di rischio, con la Turchia ancora protagonista che minaccia militarmente le esplorazioni di Eni e Total nei blocchi concessi da Cipro. Ankara infatti contesta la sovranità di Nicosia, in quanto la Turchia appoggia e riconosce (pur essendo l’unica) l’entità di Cipro del Nord, stato fantoccio turco presente nel nord dell’isola (Francesco Generoso, 2019).

Non solo il Medio Oriente

Nell’ultimo mese, tensioni politiche sono esplose in realtà un po’ ovunque: il mercato del greggio, oltre a dover fare  a meno di Venezuela e Iran per ancora molto tempo, ha rischiato di perdere un altro tassello: la produzione dell’Ecuador è infatti  in pericolo. Il paese ha da poco annunciato la sua uscita dall’OPEC, ma, cosa più importante, è al momento attraversato da considerevoli proteste da parte della popolazione. Gli ecuadoregni sono infuriati con il governo di Quito per la rimozione dei sussidi al carburante. Le violenze sono state tali da costringere il Presidente Moreno a lasciare la capitale per la località costiera di Guayaquil. Dopo giorni di violenti proteste il decreto è stato ritirato, ma le manifestazioni potrebbero non fermarsi. 

Il Brent e il WTI, le due tipologie di petrolio sul mercato, risultano quasi invariati in questi giorni, con il primo fermo sotto i 60 dollari a barile e il secondo poco sopra i 50. Le possibilità di un rialzo ci sono, ma sono altri i fattori che potrebbero condizionare il prezzo: i recenti sviluppi positivi nella guerra dei dazi tra USA e Cina, nonché le difficoltà dell’industria dello shale negli Stati Uniti (Bloomberg, 2019). 

Le mosse dell’OPEC

Dinanzi alla stagnazione del prezzo e all’indebolimento della domanda, l’OPEC e gli altri paesi produttori (membri dell’accordo OPEC +) sono pronti ad effettuare un ulteriore taglio alla produzione per il quarto anno consecutivo.

La domanda infatti preoccupa tutti gli operatori: l’ultima volta che la crescita della stessa è scesa sotto la soglia del milione di barili al giorno era nel 2014, anno in cui è iniziato il peggior ciclo negativo nella storia del petrolio.

Il segretario generale dell’OPEC, Mohammad Barkindo, ha affermato che tutte le opzioni sono sul tavolo e che alla prossima riunione a dicembre verranno prese le dovute misure. L’attuale accordo per il taglio dovrebbe terminare a marzo 2020, ma l’OPEC e gli altri paesi potrebbero decidere di prolungare il periodo di tagli di un altro anno. Anche la Russia, partner strategico dell’Organizzazione e ponte tra i produttori OPEC e i produttori non-membri, è d’accordo sul taglio (Reuters, 2019).

Bibliografia

Le caratteristiche della regione

U.S. Energy Information Administration, “Production of Crude Oil including Lease Condensate 2019”

https://www.eia.gov/beta/international/data/browser/#/?pa=00000000000000000000000000000000002&c=ruvvvvvfvtvnvv1vrvvvvfvvvvvvfvvvou20evvvvvvvvvvvvuvo&ct=0&tl_id=5-A&vs=INTL.57-1-AFG-TBPD.A&ord=CR&vo=0&v=H&end=2018

L’attacco ai campi petroliferi sauditi

Petroleum Intelligence Weekly, Deep Spot Market Helps Offset Saudi Outage, Energy Intelligence, 27 settembre 2019

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Il rientro della crisi

Bloomberg, Anthony Dipaola, Saudi Oil Capacity Recovers Faster Than Expected From Attack, 25 settembre 2019

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La vulnerabilità delle difese saudite

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https://www.agenzianova.com/a/5da5caae2af140.88859968/2647206/2019-10-14/speciale-difesa-arabia-saudita-re-salman-approva-dispiegamento-altre-forze-usa

Il rischio che allontana le imprese

Financial Times, Oil tanker companies spooked by Gulf attacks, 13 giugno 2019

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Il ruolo dell’Arabia Saudita nella rete di approvvigionamento globale: la spare capacity

AGI, Giandomenico Serrao, Perché il prezzo del petrolio non è schizzato dopo l’attacco all’Arabia Saudita, 20 settembre 2019

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La parte di Teheran

Al Jazeera, Germany, UK, France blame Iran for Saudi oil attacks, 24 settembre 2019

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BBC, Iran rejects fresh accusations over Saudi oil attack, 24 settembre 2019

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Arabia Saudita vs Iran: lo scontro resta freddo

CNN, Saudi minister responds to Iran’s comments, 21 settembre 2019

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L’Italia nel quadro della crisi

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Gli effetti economici

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Le ricadute su Aramco

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Bloomberg, Dinesh Nair, Archana Narayanan, Matthew Martin, Saudi Aramco to Restart Preparations for Mega IPO, 2 luglio 2019

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L’indifferenza del mercato al rischio geopolitico

Think Tank Trinità dei Monti, Francesco Generoso, EASTMED: Il Mediterraneo può cambiare le carte sul tavolo energetico, 12 febbraio 2019

http://trinitamonti.org/2019/02/12/eastmed-ilmediterraneo-puo-cambiare-lecarte-sul-tavolo-energetico/

Non solo il Medio Oriente

Bloomberg, Catherine Ngai, Michael Jeffers, Kevin Crowley, Peak Shale: How U.S. Oil Output Went From Explosive to Sluggish, 14 ottobre 2019

https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-10-14/peak-shale-how-u-s-oil-output-went-from-explosive-to-sluggish

Le mosse dell’OPEC

Reuters, Alex Lawler, Ahmad Ghaddar, OPEC chief says deeper oil cut an option amid weaker 2020 outlook, 10 ottobre 2019

https://www.reuters.com/article/us-oil-opec/opec-chief-says-deeper-oil-cut-an-option-amid-weaker-2020-outlook-idUSKBN1WP1N4

 

Autore dell’articolo* Francesco Generoso , Studente in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Come sempre pubblichiamo i nostri lavori per stimolare altre riflessioni, che possano portare ad integrazioni e approfondimenti.

* i contenuti e le valutazioni dell’intervento sono di esclusiva responsabilità dell’autore