Il Coronavirus e il crollo del mercato petrolifero: cosa succede ora?

di Francesco Generoso - 30 Aprile 2020

 from Naples, Italy

   DOI: 10.48256/TDM2012_00094

La pandemia scaturita dalla diffusione del COVID-19 ha colpito tantissimi settori economici, spingendo numerosi paesi a sospendere gran parte delle attività, dei commerci e della produzione. Il settore energetico non è esente da tutto ciò: l’esempio lampante è il greggio, investito da uno shock che ha colpito domanda e offerta, innescando una crisi che non vede via d’uscita (IEA, 2020). Per marzo si è stimata una caduta di 11 milioni di barili al giorno, e un’ulteriore perdita tra i 15 e i 20 milioni per aprile (Sharpes, 2020). 

 

La guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia

L’impatto del Coronavirus sul mercato petrolifero è stato tragico: prima dell’arrivo del virus, il mercato era già colpito da turbolenze provenienti dal Medio Oriente e da altre aree del mondo che hanno portato, negli ultimi anni, ad una stagnazione del prezzo e all’indebolimento della domanda – anche per le pressioni dovute all’energia rinnovabile (Generoso, 2019). Agli inizi di marzo, il gruppo OPEC+ – che unisce i paesi membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e altri paesi esportatori, come la Russia – si è riunito per discutere le misure da adottare in risposta alla crisi del settore (OPEC, 2020). Il meeting si è risolto in un nulla di fatto, facendo crollare il prezzo del petrolio dopo il rifiuto della Russia di tagliare la produzione e controbilanciare la domanda, colpita dal Coronavirus, come proposto dai sauditi (Razzouk et al., 2020). 

A quel punto, il mancato accordo ha portato l’Arabia Saudita a terminare il taglio alla produzione, deciso e attivo dal 2017, aumentando la propria capacità produttiva – la più unica che rara swing capacity di Riad, ovvero la capacità di regolare al rialzo o al ribasso la propria produzione – e inondando il mercato con greggio a buon mercato, abbassando il prezzo del proprio prodotto come mai negli ultimi 20 anni; una mossa disperata nel tentativo di colpire Mosca, rubandole ampie quote  di mercato (Di Paola & Blas, 2020). L’Europa è divenuta il campo di battaglia tra la Russia, uno dei principali fornitori di greggio del Vecchio Continente, e l’Arabia Saudita, che ha invaso il mercato europeo con il bassissimo prezzo di 25 dollari a barile (Su & Blas, 2020).

 

Diminuisce la domanda: problemi anche nello stoccaggio

La pandemia sta generando forse la peggiore crisi della storia nel settore petrolifero, e il peggio sembra dover ancora arrivare (Condon & Kearns, 2020). Secondo Standard Chartered, il mese di aprile vedrà il calo peggiore della storia del mercato petrolifero, con una riduzione di 10.4 milioni di barili al giorno e una riduzione della domanda media annuale che raggiungerà il record negativo di 3.39 milioni di barili al giorno (Reuters, 2020). 

Più drammatiche le previsioni di Eurasia Group, che afferma una riduzione fino a 25 milioni di barili al giorno. Data la bassa domanda, l’eccedenza di greggio potrebbe addirittura far esaurire le capacità di stoccaggio, come dichiarato da Giovanni Serio, responsabile dell’analisi di Vitol, uno dei più grandi operatori del mondo nel mercato delle commodities (Sheppard & Hume, 2020).

 

Rischio fallimenti e licenziamenti

La recessione potrebbe portare ad un elevato rischio di fallimenti e licenziamenti. Secondo Rystad Energy, oltre 200 imprese operanti nel settore europeo dei servizi petroliferi – circa il 20% – rischiano di fallire (Martinsen, 2020). Già il gigante Halliburton ha licenziato temporaneamente 3500 dipendenti dopo il taglio della produzione (Hampton, 2020). Lo scorso anno l’industria dell’energia ha subito pesanti scossoni, con il fallimento di 50 società energetiche (Hayes and Boone, 2020). 

Altre multinazionali hanno annunciato svalutazioni degli asset, come la Royal Dutch Shell, la quale ha reso nota una svalutazione tra i 400 e 800 milioni di dollari nel primo trimestre (Il Sole 24 Ore, 2020). Sempre Shell ha annunciato un taglio di 9 miliardi di dollari dai suoi piani di spesa per resistere al crollo dei prezzi (Ambrose, 2020), mentre ENI, oltre ad un taglio degli investimenti previsti nel corso di quest’anno e del prossimo, ha dichiarato una revisione dei progetti sull’energia, inclusi quelli in Medio Oriente (Finanza Operativa, 2020).

Particolarmente a rischio sono le società di servizi petroliferi oppresse dal debito, che necessitano di iniezioni di capitali e quelle con rating di credito debole. Le imprese più a rischio sono le oilfield serivces e le società di trivellazione, che presentano un elevato numero di  junk bonds (Wiltermuth, 2020); ciò spaventa gli investitori, consapevoli che molte compagnie energetiche potrebbero non sopravvivere (Oh & Wiltermuth, 2020).

 

Previsioni pessimistiche

La crisi innescata dal Coronavirus, unita alla guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia, ha portato le società di analisi a rivedere le proprie stime al ribasso su Brent e WTI, le due tipologie di petrolio quotate sul mercato. Morgan Stanley ha ridotto le sue previsioni sul Brent dal prezzo medio di 35 dollari al barile a 30 dollari a barile con possibili, se non probabili, ulteriori abbassamenti temporanei (Reuters, 2020). Anche Barclays ha tagliato le sue stime per ben due volte, abbassando le stime del Brent prima a 43 dollari a barile poi a 31 dollari.

Per il WTI è avvenuto lo stesso, con un primo ribasso a 40 dollari e un secondo a 28 dollari a barile (Paraskova, 2020). Per Goldman Sachs addirittura il Brent potrebbe scendere fino a 20 dollari al barile se la guerra dei prezzi tra russi e sauditi continuasse a lungo (Longley & Blas, 2020).

 

Anche l’upstream colpita dal COVID-19

Non è quindi solamente il settore commerciale a soffrire: come abbiamo visto nel caso di ENI, anche l’upstream – ovvero l’esplorazione, la perforazione e l’estrazione – subirà un pesante contraccolpo. L’analisi della società di consulenza Wood Mackenzie afferma che quasi tutti i progetti in attesa di approvazione finale non vedranno la luce: dei circa 50 potenziali che avrebbero avuto il via quest’anno, solamente 10, o anche meno, riceveranno l’approvazione. La solidità dei bilanci ha la priorità, di conseguenza saranno tagliati gran parte degli investimenti destinati ai futuri progetti. Solamente quei progetti che presentano condizioni strategicamente rilevanti, economie e operatori solidi, potranno progredire, come il petrolio in acque profonde – è il caso di Ampelmann in Guyana (Ampelmann, 2020) – e il GNL, mentre aree come l’Africa, il Mare del Nord e il sud-est asiatico vedranno numerosi progetti rinviati (Oil & Gas Journal, 2020).

In particolare l’Africa subirà una forte ricaduta visto il ribassamento dei prezzi. La maggior parte dei progetti nel continente africano erano basati su ipotesi di prezzo del greggio che oscillavano tra i 55 e i 60 dollari al barile, ma l’abbassamento netto dei prezzi, scaturito dalle misure di quarantena e dallo scontro tra Russia e Arabia Saudita, porterà a ritardare gran parte dei progetti, causando un calo della produzione e generando forti ricadute sui bilanci statali di quei paesi le cui economie dipendono dal settore energetico (Prasad, 2020). 

 

La strategia di Mosca: colpire Arabia Saudita e Stati Uniti?

La scelta di Mosca di non seguire l’OPEC non è molto chiara: Putin ha motivato la scelta di non tagliare ulteriormente la produzione affermando che il prezzo del petrolio – in quei giorni si aggirava intorno ai 50 dollari al barile – era superiore al livello di bilancio  – il break-even price, ovvero il punto che si raggiunge quando la quantità di prodotto venduto va a coprire i costi sostenuti per la produzione, quindi il punto che permette al produttore di chiudere il proprio bilancio senza riportare né profitti né perdite – di 42 dollari al barile. 

Ma il prezzo offerto dal regno saudita mette a dura prova la capacità di Mosca, nonostante Putin sia eventualmente in grado di attingere alle ampie risorse valutarie estere di cui dispone, valutate intorno ai 570 miliardi di dollari (Seddon, 2020). Su queste basi, secondo alcuni la strategia russa potrebbe essere quella di colpire la produzione di shale oil statunitense e la stessa Arabia Saudita, puntando la propria resistenza ad un periodo di forte calo dei prezzi grazie alle ricche riserve valutarie (Foy & Brower, 2020).

 

Perché potrebbe non esserci una strategia precisa dietro le azioni di Mosca

Sicuramente la situazione colpisce la produzione statunitense e quella saudita, che possiede sì risorse al pari di quelle russe e un costo della produzione più basso rispetto a Mosca, ma ha anche un break-even price più alto di circa 85 dollari al barile. 

Tuttavia, non sembra plausibile affermare che l’azione di Mosca sia stata portata avanti in seguito all’adozione di una strategia ben precisa: una strategia così importante, che potrebbe impegnare la Russia per un lungo periodo di tempo, non si organizza nel giro di pochi giorni; Mosca, fino al dicembre scorso, aveva aderito ad ulteriori tagli alla produzione per arginare l’eccedenza di greggio rispetto alla domanda; non è prevedibile la durata e l’intensità della crisi; una caduta dei prezzi è difficile da contrastare, come accaduto nel biennio 1998-1999, quando il prezzo scese al di sotto dei 10 dollari al barile, innescando un effetto domino che ha portato le economie di diversi paesi produttori in recessione, compresa la Russia (Clò, 2020).

 

La crisi colpisce duramente gli Stati Uniti

Che la crisi del greggio colpisse con forza lo shale oil statunitense era piuttosto prevedibile. Già ad inizio anno, lo shale statunitense ha mostrato i primi segni di rallentamento (Brower, 2020). Secondo un report della Bank of America Merrill Lynch, “l’economia della produzione di shale negli Stati Uniti continua a puntare ad un prezzo del Brent intorno ai 50 dollari a barile e del WTI a 45 dollari a barile”; in poche parole, ad un prezzo inferiore i produttori non possono guadagnare. A questo bisogna aggiungere la crescente pressione della finanza e dell’opinione pubblica al ritiro dai combustibili fossili (Cunningham, 2020). 

Anche secondo Reuters, la crisi dello shale è vicina: i break-even price dello shale variano tra i 39 e i 48 dollari al barile, ed è da circa metà marzo che il WTI, il prezzo del petrolio di riferimento sul mercato statunitense, ha raggiunto un range che varia da 25 a 20 dollari a barile, con alcuni picchi al ribasso di 17-18 dollari (Reuters, 2020). Ciò ha costretto i produttori a ridurre i costi di gestione e diminuire la produzione (ibid., 2020). Le stesse aziende che si occupano del trasporto, dello stoccaggio e della commercializzazione di greggio e gas, hanno chiesto ai produttori di ridurre la produzione (Blas, Tobben, Adams-Heard, 2020).

 

La discesa in campo di Trump e l’accordo

La situazione non è migliorata con la fine di marzo: anche nei primi giorni di aprile, lo scontro tra russi e sauditi è continuato. Tuttavia, le cose sono cambiate nel momento in cui è intervenuto Donald Trump, che ha instillato nuova fiducia nei mercati, facendo aumentare i prezzi. Il Presidente statunitense ha infatti iniziato a pressare russi e sauditi affinché si raggiunga un accordo sul taglio della produzione, costringendo Riad a richiedere una riunione di emergenza dell’OPEC+ e altri produttori (Egan, 2020).

Putin ha accolto le pressioni di Trump, chiedendo alle imprese russe del settore un taglio di circa 10 milioni di barili al giorno (Tanas & Rudintsky, 2020), tuttavia le tensioni non si sono appianate, dato il continuo ritardare della riunione tra produttori (Sabah, Smith, Blas, 2020). Ciò ha portato Trump a mettere sul piatto possibili dazi sul greggio importato in caso di mancato accordo tra Russia e Arabia Saudita (Pasley, 2020). 

Il 9 aprile, la riunione straordinaria dell’OPEC+ ha finalmente raggiunto un accordo storico sul taglio della produzione: il più grande taglio mai visto, di circa 10 milioni di barili al giorno, a partire dal 1 maggio con validità fino al 30 aprile 2022 e una revisione dell’estensione dell’accordo a dicembre 2021 (OPEC, 2020). Arabia Saudita e Russia taglieranno circa 5 milioni di barili al giorno della propria produzione, mentre i restanti produttori taglieranno gli altri 5 milioni. Ulteriori 5 milioni di tagli alla produzione sono stati richiesti ad altri produttori, tra cui Stati Uniti, Messico e Canada, nella successiva riunione dei ministri dell’energia del G20 (Sheppard et al., 2020). 

 

L’accordo esteso al G20

Anche al G20 Energy sono nate delle tensioni, in particolare il Messico ha inizialmente rifiutato di tagliare la propria quota di 400 mila barili al giorno, ma ancora una volta Trump ha trovato un compromesso, rendendosi disponibile a tagliare ulteriormente la propria produzione di 250 mila barili per sopperire ai mancati tagli messicani, attestati a 100 mila unità. L’accordo quindi è stato esteso anche ai produttori esterni al gruppo OPEC+ (Jacobs, 2020).

 

L’efficacia dell’accordo

Sono però emersi sin da subito dubbi sull’efficacia dei tagli decisi dall’OPEC+ e dal G20 Energy. Gran parte degli analisti affermano che i tagli programmati non sono abbastanza: Goldman Sachs, JP Morgan, Rystad Energy ed altri, concordano infatti che i tagli, pur avendo una qualche utilità, non serviranno a coprire il calo della domanda (Reuters, 2020). Per Stephen Innes di AxiCorp, solamente quando le misure di quarantena saranno terminate si potrà fermare la tempesta abbattutasi sui prezzi del petrolio (Orioles, 2020). 

Anche gli investitori non sembrano aver ricevuto le necessarie rassicurazioni dai tagli promessi: il 14 aprile, ad esempio, il petrolio è tornato al ribasso, con il Brent sotto i 32 dollari e il WTI sotto i 22 dollari (Il Sole 24 Ore, 2020). Il grande problema resta la mancata domanda e la sovrabbondanza di greggio presente sul mercato, come dichiarato da Kirk Edwards dell’azienda produttrice texana Latigo Petroleum (Krauss, 2020), e la corsa allo stoccaggio sta rapidamente saturando le capacità di immagazzinamento di tutto il settore (Reed, 2020).

 

Conclusioni

La ridotta domanda, causata dal COVID-19, e le lotte intestine innescatesi tra i maggiori produttori di greggio del mondo, hanno causato la peggiore crisi che il settore petrolifero abbia mai attraversato, e il peggio potrebbe ancora venire. “Uno shock storico, brutale, estremo e globale”, è la definizione che da l’OPEC nel suo report pubblicato ad aprile (Le Monde, 2020). Nonostante i contrasti tra Arabia Saudita e Russia siano stati risolti, come ci mostrano le dichiarazioni congiunte dei Ministri dell’Energia di entrambi i paesi (Saudi Press Agency, 2020), i tagli alla produzione decisi dall’OPEC+ e dal G20 Energy non sembrano poter arginare gli effetti della crisi. 

Nel report dell’OPEC, si afferma infatti che nel 2020 i consumi caleranno a una media di 92,82 milioni di barili al giorno in tutto il mondo con un calo di circa 6,85 milioni di barili al giorno rispetto al 2019 (OPEC, 2020). Anche l’IEA offre una visione apocalittica, constatando come la crisi causata dal virus potrebbe cancellare in un solo anno, un decennio di crescita dei consumi (Meredith, 2020). Segnale inequivocabile è il  crollo per il future WTI avvenuto il 20 aprile: alla chiusura del contratto per il mese di maggio, per la prima volta nella storia il WTI è andato in negativo, con una diminuzione del 305% ad un prezzo di -37 dollari (Corriere della Sera, 2020).

 La prospettiva è, quindi, che salvo misure colossali (ulteriori tagli alla produzione, supporto alle imprese da parte dei governi e incremento massiccio delle capacità di stoccaggio mondiali), il settore petrolifero potrebbe sprofondare in una crisi dal quale difficilmente riuscirebbe ad uscirne, provocando incalcolabili danni all’economia mondiale.

 

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Wiltermuth J., “Weakest oil-field service companies among most vulnerable to ‘unprecedented’ oil, coronavirus shock, warns Moody’s”, Market Watch, 19 marzo 2020.

https://www.marketwatch.com/story/brace-for-credit-shocks-as-heaps-of-us-oil-field-service-company-debt-comes-warns-moodys-2020-03-18

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Autore dell’articolo*: Francesco Generoso, Studente in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, Napoli, Italia.

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Nota della redazione del Think Tank Trinità dei Monti

Come sempre pubblichiamo i nostri lavori per stimolare altre riflessioni, che possano portare ad integrazioni e approfondimenti. 

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Editor’s Note – Think Tank Trinità dei Monti

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